Se dovessi descrivere la maternità come una stanza, la mia parlerebbe di responsabilità. Ho sempre visto l’essere madre in questo modo e, a volte, quella responsabilità mi ha anche un po’ schiacciata. Per la mia generazione, infatti, essere madre significava spesso accettare tutto: la sofferenza del parto, la fatica del post parto, i commenti e i consigli non richiesti di chi ci era passata prima di te, che molte volte non erano altro che giudizi mascherati da premure. Il dolore era qualcosa di normale da sopportare in silenzio.
Oggi vedo donne più consapevoli e più libere di raccontare cosa significhi davvero diventare madri. Certo, non credo che un certo tipo di giudizio verrà mai sradicato del tutto, verremo sempre osservate e criticate per quello che facciamo, o non facciamo, con i nostri figli. Però vedo anche che le donne hanno iniziato ad alzare la testa e la voce, dando valore a sé stesse in quanto individui.
L’oggetto che rappresenta questa stanza per me è un foulard. È un indumento che ho sempre indossato e che porto ancora oggi, spesso impregnato del profumo che uso da una vita. Per i miei figli era un conforto quando li tenevo in braccio per farli addormentare, lo stringevano nelle manine e quel profumo familiare li cullava. Oggi quel gesto continua con i miei nipoti, ed è come se quel foulard custodisse una parte di tutto l’amore passato attraverso le mie braccia.
Mi ricorda che la maternità non è fatta solo di responsabilità e protezione, ma anche di tenerezza e presenza. Non sono mai stata una madre capace di esprimere tutto a parole, ma ho sempre cercato di farlo attraverso ciò che offrivo ogni giorno. Forse è questo il modo in cui ho imparato ad amare come madre.
