Se la maternità fosse una stanza, la mia sarebbe ampia, luminosa, con pareti colorate in varie tinte pastello. Ci sarebbero molti giochi e libri, sparsi in maniera piuttosto caotica, senza una logica apparente, che sottintende però un disordine funzionale; come una fucina da cui si può sempre attingere e trovare cose belle, utili, divertenti o inaspettate. Ci sarebbero momenti di quiete e silenzio alternati a un caos di voci che ridono, strillano o piangono, oltre a intermezzi musicali di vario genere. Da una grande porta-finestra esposta a sud-ovest si scorgerebbe un paesaggio verdeggiante, fino al mare, dove tramonterebbe il sole.
La mia esperienza di madre mi ha insegnato molte cose importanti e liberatorie: prima di tutto, a vivere intensamente nel presente, nel qui e ora, che davvero fugge via con troppa rapidità; di conseguenza, a smorzare l’ansia del domani, in maniera naturale e necessaria; ad accettare e imparare a convivere con i nostri limiti; infine, a riscoprire la bellezza dello stupirsi e del divertirsi con cose apparentemente semplici (o che sembrano tali agli occhi dell’adulto, mentre per il bambino sono fonte di meraviglia).
L’oggetto che rappresenta meglio la mia esperienza di madre è la fascia porta-bebè: elastica, resistente, accogliente, rassicurante. Queste caratteristiche fisiche esprimono, simbolicamente, le qualità che cerco di avere nella relazione con i miei bambini (anche se non sempre ci si riesce e a volte è davvero impegnativo e faticoso). Inoltre la fascia consente, sia a me che ai miei figli, una continuazione dell’esperienza che abbiamo condiviso durante la gravidanza, quando erano nella pancia, portandoli sulla pancia, fino a che non cammineranno, fisicamente e – per estensione – metaforicamente, con le proprie gambe.
