La mia stanza non ha una porta che si chiude davvero.
Resta sempre socchiusa, come certe camere d’infanzia dove la luce filtra anche di notte, e non sai più se è alba o memoria.
All’inizio era piena, satura. Non c’era spazio tra me e te.
Le pareti coincidevano con il mio corpo, il soffitto era il tuo respiro.
Nessun rumore estraneo, nessuna corrente. Solo carne che chiama carne.
Poi, piano, sono comparse le prime crepe.
Non rotture – aperture.
Una luce obliqua sul pavimento.
Il tuo sguardo che scivola altrove.
Le mani che non cercano più solo me.
E la stanza si è allargata senza chiedere permesso.
Ora è un luogo in cui convivono cose che non sapevo tenere insieme: il disordine delle tutine troppo piccole e la precisione feroce con cui cresci, il silenzio pieno del tuo sonno e il rumore improvviso della tua risata, la mia paura e la tua fiducia cieca nel mondo.
C’è sempre qualcosa fuori posto.
Un oggetto lasciato a metà, una stanchezza appoggiata sulla sedia, un pensiero che non finisco.
Eppure tutto regge. Tutto respira.
Perché ho capito questo — e lo scrivo qui, come si sillabano a voce, più volte, le cose che non vogliono essere dimenticate: essere madre non è custodire.
È imparare a lasciare accadere, senza sparire.
È restare mentre qualcosa si allontana.
È amare senza coincidere.
È abitare una stanza che ogni giorno cambia forma,
e non cercare più di rimettere tutto com’era.
La verità è che non smetti mai di perdere.
Perdi la tua pancia piena, perdi i giorni in cui eri tutto il suo mondo, perdi ogni versione di lei che non tornerà.
Ma in quello stesso gesto — nello stesso punto esatto in cui perdi — succede anche altro:
la incontri.
Di nuovo.
Diversa.
Intera senza di te.
E allora resti.
Con le mani aperte.
Se devo lasciare un pensiero, è questo:
la maternità è una nostalgia che cammina accanto alla gioia, e non bisogna scegliere tra le due.
Si tengono insieme, come si cementificano l’una all’altra le cose autentiche: senza risolverle.
L’oggetto che rappresenta questa stanza è un bicchiere d’acqua lasciato a metà sul comodino.
Trasparente.
Dimenticato.
Sempre a portata di mano.
Dentro ci galleggia la luce del pomeriggio, cambiano i riflessi, passa il tempo.
A volte lo prendi, a volte no.
Ma resta lì – testimone silenzioso di ogni notte, di ogni risveglio, di ogni sete che non sapevi di avere.
E in fondo è questo che sei tu per me:
una sete nuova.
E la cosa che, senza saperlo, la placa.
