Parte 1. Essere mamma di questi tempi è un’impresa molto impegnativa. Il contesto sociale e culturale mette paura. Veniamo da una pandemia che ci ha lasciato i segni, e ci avviciniamo pericolosamente ad una potenziale guerra mondiale. Siamo bombardati da notizie devastanti di atti di violenza gratuita, immotivata, da parte di figli su altri figli, figli sui genitori, genitori sui figli ecc.
Viviamo in un contesto storico culturale in cui la tecnologia e l’approccio alle tecnologia sono “normali” e diamo tranquillamente in mano ai nostri figli i telefoni con accesso a cose che non hanno gli strumenti per comprendere.
Siamo bombardati da psicologi, pediatri, esperti di ogni tipo che ci consigliano come crescere i nostri figli, con pareri molto diversi tra loro, inoltre proveniamo da una generazione che ci ha cresciuti a pane e botte.
Sono una donna molto coraggiosa, ma come mamma sono una cagasotto. Mi chiedo perennemente se sto facendo la cosa giusta, se il mio tono era corretto, se le parole usate andavano bene e se quello che sto insegnando è giusto.
Fondamentalmente penso che anche Hitler avesse avuto una madre. Cosa ha sbagliato per creare una persona come lui? O faceva parte del suo DNA? In che misura possiamo intervenire sul percorso dei nostri figli?
Probabilmente sono partita più dalle preoccupazioni ma non volevo scrivere le solite parole che ti aspetti da una madre.
Parte 2. Io, mio figlio l’ho voluto. L’ho desiderato, l’ho cercato. Ma non è arrivato subito. In questo periodo di attesa, probabilmente ho cambiato il mio modo di essere. Ho imparato a pesare molto di più a quello che dico e a non dire proprio tutto quello che penso. A me, una volta sposata, hanno chiesto tante volte “quando lo fate un figlio?” E ho imparato a sorridere e annuire nascondendo il dispiacere. Ma io mi chiedo la gente che risposta si aspetta di ricevere? “Grazie del suggerimento, non ci avevamo pensato! Provvediamo subito”.
La gravidanza poi è arrivata finalmente, è stata molto dura all’inizio, intanto non sapevo come si sarebbe evoluta la mia vita nel breve periodo, figuriamoci nel lungo, poi non sapevo come l’avrebbero presa a lavoro, in più sono iniziati i sintomi (doppi perché inizialmente aspettavo due gemelli). La nausea non mi lasciava vivere e così per i primi 5 mesi, poi finalmente è cambiato tutto, si iniziava a vedere la pancia, niente più nausee e mi portavo in giro la mia bella pancia con orgoglio.
Abbiamo cominciato il corso preparto, e questo è un punto che mi preme molto discutere. Ti spiegano tantissime cose, cosa fare, come muoversi, come è fatto il corpo umano, cosa succederà durante il parto, ma NESSUNO ti spiega come ti sentirai, cosa proverai, cosa può succedere.
Il parto da manuale non esiste e la mente di una donna molto fragile a causa degli ormoni può giocare degli scherzi molto brutti.
Niente è programmabile, il corpo, il bambino, il meteo, il dottore di turno e un altro milione di variabili fanno sì che ogni parto sia diverso. E VA BENE COSÌ! Se si finisce in CESAREO, CHISSENE! Non succede niente, non c’è niente di sbagliato. Ma io dico, meglio un cesareo programmato, che un cesareo di urgenza. Io avrei tanto voluto un cesareo programmato, ma il bimbo si è messo in posizione quando non pensavamo più potesse farlo e quindi lo stato che ha TOTALE giurisdizione sul TUO corpo ti OBBLIGA al parto naturale.
Perché la natura è giusta (o forse costa meno).
Così mi sono ritrovata a correre in sala operatoria, dopo ore di travaglio e torture che neanche i peggiori criminali di guerra, con un bambino tirato con il forcipe a forza che non poteva passare poiché strozzato dal cordone. Un taglio fatto a carne viva e poi buio, nessun pianto, poca gente intorno a me è un tubo in gola. Il bambino non l’ho visto, ricordi confusi, offuscati. Tremavo dal freddo. Mi sono spezzata un dente per quanto forte sbattevo i denti. Mio marito non sapeva cosa stesse succedendo, pensava stessi morendo, voleva farmi vedere il bambino in foto, ma io gli ho detto di NO. Non volevo vederlo in foto.
Finalmente mi hanno portato in camera e.. niente tutto normale, non ho sentito le campane o le farfalle nello stomaco. Non ho provato niente di particolare. E mi sentivo sbagliata per questo.
Parte 3. Poi l’allattamento non è partito alla grande, i primi giorni sono stati molto difficili, continuavo a guardare l’orologio pensando a quanti minuti mi restassero prima di provare di nuovo quell’altro dolore, non volevo arrendermi ma piangevo e mi disperavo.
Mi sono fatta forza perché una mia amica mi disse che aveva provato un dolore analogo e in pochi giorni sarebbe passato. Lì ho stretto i denti per riuscire ad aspettare, a non arrendermi, e finalmente poi è passato davvero.
Tornata a casa mi sarei voluta solo riposare, dopo notti e notti insonne, ma non è concesso alle mamme. DEVI accogliere i parenti, perché sennò sembra che non vuoi fargli vedere il bambino. E quindi quando ancora stai imparando a chiudere i pannolini, quando ti appoggi a letto ma apri gli occhi ogni mezz’ora per essere sicura che respiri, quando inizi a capire che la coppia che eravate non esiste più. Ci sono nuove dinamiche, altre gerarchie, diverse priorità. In questo giorni di estrema fragilità, di punti metallici, passi faticosi, pianti sconosciuti ed equilibri che si rompono, devi aprire la porta di una casa impeccabilmente pulita e fare entrare parenti e amici che vogliono vedere, prendere, guardare questo nuovo venuto. Obiettivamente non c’è niente di male, loro avevano piena ragione, ma io non ce l’ho fatta. Al quinto giorno, ci preparavamo alle visite del sesto giorno, e scoppiai in lacrime, un pianto inconsolabile, chiesi di togliermi il bambino a mia madre e mio marito, e di bloccare tutte le visite per un paio di giorni. Non mi giudicarono, non commentarono e agirono.
Quei giorni mi sono sono serviti a ritornare in me a capire il cambiamento e INIZIARE ad accoglierlo. La mente di una donna che ha partorito ci mette molto a tornare come prima.
Però era un inizio.
Parte 4. Certo, la minima insinuazione ti lancia nel baratro. Bimbo 2 mesi, andiamo a fare il PRIMO VACCINO, il dottore dice è piccolino questo bimbo deve mangiare. Niente di strano per una mente sana. Per una mente instabile come era la mia al momento è stato un colpo di grazia, lacrime per settimane, pensavo di non essere abbastanza, di non avere abbastanza latte e quindi bevevo e mangiavo solo cose per aumentare il latte, prendevo bustine ecc.
Un’altro momento di svolta per me, è stato quando mi è stato chiesto di passare in ufficio.
Semplice richiesta, per coordinare il rientro.
Sono impazzita. Non sapevo come fare, come lasciare per un’ora intera il bambino. Da solo, senza di me. Se avesse avuto fame? Sonno?
Una mia collega, che in realtà è una grande amica mi disse una cosa tanto banale quanto complessa: “Secondo me un’oretta potresti lasciarlo”. Sembra banale, ma nella mia testa è scattato un “forse è vero”. Non me lo dimenticherò mai questo schiaffo invisibile che mi ha ridestato dal torpore.
L’assistenza psicologica, preparatoria e post-parto dovrebbe essere obbligatoria. Prassi.
Non tutti hanno genitori, amici, colleghi come lì ho avuti io, che sanno stare in silenzio ma anche scuotere al bisogno. E tutte abbiamo diritto al supporto perché la mente di una mamma gioca brutti scherzi. Quando sento quelle mamme che fanno gesti estremi penso che sarei potuta essere io. Ma per FORTUNA non lo sono stata, nonostante la depressione affrontata, combattuta e vinta.
Parte 5. Andrea ha impiegato due anni prima di aggiungere la sesta parola al suo vocabolario. Mi è stato detto che poteva essere un ritardo del linguaggio. Un coltello mi ha trafitta e un pensiero fisso mi torturava giorno e notte. Poi invece in meno di 30 giorni ha sciolto la lingua da solo. AVEVA SOLO BISOGNO DEI SUOI TEMPI. Anche con il cibo non è stato facile. Si rifiutava di mangiare a casa con mamma. Dai due anni in poi non ha più pranzato nel weekend. Ovviamente una grande preoccupazione per me e per chi mi stava intorno. Tanto che mi veniva chiesto OGNI GIORNO. Una tortura. Al che, mi sono sentita costretta a MENTIRE. Non ne potevo più di sentire pareri, o sentirmi chiedere se avesse mangiato o meno. Qualche mese così, poi ha ripreso a mangiare normalmente.
AVEVA SOLO BISOGNO DEI SUOI TEMPI.
Infondo, sono solo una mamma principiante.
Nonostante tutto quello che ho scritto sopra, io mi sento ricca. La persona più felice del mondo perché mentre scrivo, ho il mio meraviglioso bambino che mi dorme sul petto.
Ho messo al mondo un essere vivente, ho creato degli organi, senza sapere come si fa.
Lo guardo e mi specchio, vedo me e mio marito e il nostro amore trasmesso e riflesso nella sua dolcezza e questo mi fa sentire felice grata. E se dovessi morire domani, state sereni, la mia missione la sento compiuta.
Ho messo al mondo un capolavoro che mi dice: “Buongionno Pincipe, come dommito?” (ha solo tre anni, dobbiamo lavorare su maschile e femminile! E la R non pervenuta).
Nonostante le mie paure, preoccupazioni e i tratti oscuri, sono felice di essere mamma.
Ma ci è voluto un po’ per capirlo.
Sarà banale, ma nella mia stanza, il mio oggetto è un diario, dove finalmente ho messo su carta pensieri. Confusi vari, ma che rappresentano il mio CAOS interiore.
