La stagione degli Oscar 2026, recentemente conclusa, ha consacrato Frankenstein di Guillermo del Toro come uno dei titoli maggiormente riusciti dello scorso anno, attraverso l’assegnazione di tre riconoscimenti: scenografia, trucco e acconciatura. Premi che non sorprendono, perché è anche nella costruzione visiva che il regista messicano ha trovato la chiave per reinventare un classico. Il film dialoga, infatti, con un’eredità letteraria ingombrante: il romanzo di Mary Shelley, pubblicato nel 1818, rappresenta un manifesto importante della cultura ottocentesca e tuttora interroga la nostra idea di cultura, creazione e responsabilità. A distanza di due secoli, Del Toro riporta il mito sullo schermo senza limitarsi a omaggiarlo ma tentando una trasformazione, una rilettura che vuole andare incontro alla rinnovata sensibilità contemporanea.
Frankenstein secondo Mary Shelley
Il romanzo di Shelley è costruito secondo una struttura epistolare che presenta una narrazione stratificata attraverso i racconti del capitano Walter, di Victor e infine della Creatura. L’estetica gotica è predominante: cupa, introspettiva, ambientata in paesaggi sublimi come alpi, ghiacci e tempeste che riflettono e risaltano l’isolamento interiore e la tragicità della storia. Il tono gotico-filosofico permette all’autrice di condurre una riflessione su società e hybris, sulla scienza e le sue responsabilità, sul rapporto tra educazione e solitudine, all’interno di una più ampia ricerca sul tema secolare della natura vs cultura.
Figura chiave in questo panorama è Victor: scienziato brillante ma arrogante e ossessionato dalla conoscenza. I suoi peccati sono la curiosità scientifica e l’incapacità di assumersi le responsabilità del proprio operato. In questa dinamica la Creatura è letta e presentata come un prodotto aberrante della scienza di fronte al quale Victor reagisce con rifiuto, orrore e fuga. La Creatura risponde all’abbandono con violenza bruta, uccidendo le persone più care allo scienziato: il fratello William, l’amico Clerval e la promessa sposa Elizabeth, configurandosi come una metafora della scienza che sfugge al controllo umano e finisce per scatenare i suoi effetti distruttivi sulla stessa società che ne ha abusato.
Frankenstein secondo Guillermo Del Toro
Nel film di Del Toro (2025) la narrazione stratificata viene mantenuta, e così il nucleo principale del rapporto tra Victor e la Creatura, sebbene esso venga letto secondo una lente nuova. A tal proposito il regista effettua delle sensibili modifiche alla trama espandendo, ad esempio, l’infanzia di Victor (interpretato da Oscar Isaac) e il rapporto con i suoi genitori. Egli è definito soprattutto nella relazione conflittuale con il padre e nel trauma della madre, principali cause della sua ossessione per la morte e per la scienza. Il suo peccato non è solo scientifico ma morale: la mancanza di amore verso la sua creatura, che nasce dalle difficoltà dell’infanzia. In questa prospettiva la Creatura non è solo oggetto ma persona: è questa la responsabilità di cui Victor non vuole farsi carico. Il rapporto tra i due è riletto quindi in chiave padre-figlio, non più creatore-oggetto.
A questa esigenza contribuisce anche una maggiore umanizzazione della Creatura (Jacob Elordi) che nel romanzo è eloquente, colta ma capace di una violenza estrema, mentre nel film è più compassionevole e umana. Non ha intenzione di uccidere né William né Elizabeth (la loro morte è accidentale) e per gran parte del film cerca riconciliazione e pace interiore, istanze verso cui è orientato il finale. L’aspetto più umano della creatura è enfatizzato dal suo racconto dopo la fuga dall’incendio, in particolare attraverso il rapporto con il vecchio che lo educa come un padre, e pertanto diventa figura cruciale da leggere in contrapposizione all’abbandono di Victor. La Creatura è mostrata con rispetto e compassione, inserendosi di diritto tra i mostri tragici del cinema di Del Toro. Tra questi, l’amphibian man de La forma dell’acqua, film che Frankenstein ricorda anche nell’estetica barocca e materica.
Altre modifiche alla trama originale riguardano la stessa Elizabeth che nel romanzo è la promessa sposa di Victor, figura angelicata e passiva. Nel film è invece la sposa del fratello William, ma Victor nutre dei sentimenti per lei. Ella assume così uno spessore nuovo come personaggio autonomo e critico, che si pone in dialogo sia con la Creatura, verso cui mostra una profonda umanità, sia con Victor di cui è spesso critica. È figura essenziale per leggere lo scienziato sotto la lente più negativa, enfatizzando quanto i suoi sentimenti siano guidati dalla sua ossessione: non a caso Mia Goth interpreta sia Elizabeth che la madre di Victor.
Nel complesso, il romanzo offre una delle più profonde riflessioni sulla società moderna e sui limiti etici della scienza. Educazione, esclusione e alterità vengono letti in una forte dimensione morale e politica. Nel film il motore centrale ruota attorno all’amore negato e al bisogno di riconoscimento, declinandosi attraverso rapporti di tossicità tra padri e figli e l’empatia verso chi è diverso. Del Toro trasforma Frankenstein in una tragedia contemporanea, adottando una chiave di lettura più romantica e compassionevole, oltre che umana e intimista, in sintonia con le sensibilità e le tendenze del cinema odierno.
