Frankenstein: come del Toro rilegge Mary Shelley

By Martina Iannone Apr 20, 2026

La stagione degli Oscar 2026, recentemente conclusa, ha consacrato Frankenstein di Guillermo del Toro come uno dei titoli maggiormente riusciti dello scorso anno, attraverso l’assegnazione di tre riconoscimenti: scenografia, trucco e acconciatura. Premi che non sorprendono, perché è anche nella costruzione visiva che il regista messicano ha trovato la chiave per reinventare un classico. Il film dialoga, infatti, con un’eredità letteraria ingombrante: il romanzo di Mary Shelley, pubblicato nel 1818, rappresenta un manifesto importante della cultura ottocentesca e tuttora interroga la nostra idea di cultura, creazione e responsabilità. A distanza di due secoli, Del Toro riporta il mito sullo schermo senza limitarsi a omaggiarlo ma tentando una trasformazione, una rilettura che vuole andare incontro alla rinnovata sensibilità contemporanea.

Frankenstein secondo Mary Shelley

Il romanzo di Shelley è costruito secondo una struttura epistolare che presenta una narrazione stratificata attraverso i racconti del capitano Walter, di Victor e infine della Creatura. L’estetica gotica è predominante: cupa, introspettiva, ambientata in paesaggi sublimi come alpi, ghiacci e tempeste che riflettono e risaltano l’isolamento interiore e la tragicità della storia. Il tono gotico-filosofico permette all’autrice di condurre una riflessione su società e hybris, sulla scienza e le sue responsabilità, sul rapporto tra educazione e solitudine, all’interno di una più ampia ricerca sul tema secolare della natura vs cultura.

Figura chiave in questo panorama è Victor: scienziato brillante ma arrogante e ossessionato dalla conoscenza. I suoi peccati sono la curiosità scientifica e l’incapacità di assumersi le responsabilità del proprio operato. In questa dinamica la Creatura è letta e presentata come un prodotto aberrante della scienza di fronte al quale Victor reagisce con rifiuto, orrore e fuga. La Creatura risponde all’abbandono con violenza bruta, uccidendo le persone più care allo scienziato: il fratello William, l’amico Clerval e la promessa sposa Elizabeth, configurandosi come una metafora della scienza che sfugge al controllo umano e finisce per scatenare i suoi effetti distruttivi sulla stessa società che ne ha abusato.

Frankenstein secondo Guillermo Del Toro

Nel film di Del Toro (2025) la narrazione stratificata viene mantenuta, e così il nucleo principale del rapporto tra Victor e la Creatura, sebbene esso venga letto secondo una lente nuova. A tal proposito il regista effettua delle sensibili modifiche alla trama espandendo, ad esempio, l’infanzia di Victor (interpretato da Oscar Isaac) e il rapporto con i suoi genitori. Egli è definito soprattutto nella relazione conflittuale con il padre e nel trauma della madre, principali cause della sua ossessione per la morte e per la scienza. Il suo peccato non è solo scientifico ma morale: la mancanza di amore verso la sua creatura, che nasce dalle difficoltà dell’infanzia. In questa prospettiva la Creatura non è solo oggetto ma persona: è questa la responsabilità di cui Victor non vuole farsi carico. Il rapporto tra i due è riletto quindi in chiave padre-figlio, non più creatore-oggetto.

A questa esigenza contribuisce anche una maggiore umanizzazione della Creatura (Jacob Elordi) che nel romanzo è eloquente, colta ma capace di una violenza estrema, mentre nel film è più compassionevole e umana. Non ha intenzione di uccidere né William né Elizabeth (la loro morte è accidentale) e per gran parte del film cerca riconciliazione e pace interiore, istanze verso cui è orientato il finale. L’aspetto più umano della creatura è enfatizzato dal suo racconto dopo la fuga dall’incendio, in particolare attraverso il rapporto con il vecchio che lo educa come un padre, e pertanto diventa figura cruciale da leggere in contrapposizione all’abbandono di Victor. La Creatura è mostrata con rispetto e compassione, inserendosi di diritto tra i mostri tragici del cinema di Del Toro. Tra questi, l’amphibian man de La forma dell’acqua, film che Frankenstein ricorda anche nell’estetica barocca e materica.

Altre modifiche alla trama originale riguardano la stessa Elizabeth che nel romanzo è la promessa sposa di Victor, figura angelicata e passiva. Nel film è invece la sposa del fratello William, ma Victor nutre dei sentimenti per lei. Ella assume così uno spessore nuovo come personaggio autonomo e critico, che si pone in dialogo sia con la Creatura, verso cui mostra una profonda umanità, sia con Victor di cui è spesso critica. È figura essenziale per leggere lo scienziato sotto la lente più negativa, enfatizzando quanto i suoi sentimenti siano guidati dalla sua ossessione: non a caso Mia Goth interpreta sia Elizabeth che la madre di Victor.

Nel complesso, il romanzo offre una delle più profonde riflessioni sulla società moderna e sui limiti etici della scienza. Educazione, esclusione e alterità vengono letti in una forte dimensione morale e politica. Nel film il motore centrale ruota attorno all’amore negato e al bisogno di riconoscimento, declinandosi attraverso rapporti di tossicità tra padri e figli e l’empatia verso chi è diverso. Del Toro trasforma Frankenstein in una tragedia contemporanea, adottando una chiave di lettura più romantica e compassionevole, oltre che umana e intimista, in sintonia con le sensibilità e le tendenze del cinema odierno.