IL FILM SULLE BACKROOMS HA SENSO?

By Lorenzo Salone Apr 24, 2026

A maggio 2026 uscirà il film Backrooms. Parliamone.

Backrooms è prodotto dalla A24, è diretto dal giovanissimo Kane Parsons e ha come attori protagonisti Renate Reinsvee (La persona peggiore del mondo, Sentimental Value) e Chiwetel Ejiofor (12 anni schiavo, Doctor Strange). Per i non-iniziati, Backrooms sembra un tipico film horror vagamente concettuale/allegorico. Tuttavia, molti riconosceranno il titolo e il tema del film: le “Backrooms” (in italiano: “stanze sul retro”).

L’idea delle Backrooms nasce nel 2019 da un semplice post su una bacheca di 4chan:

Il testo del post narra l’esistenza di certe misteriose stanze tutte uguali, simili a uffici vuoti, con uniformi pareti gialle, moquette grigia e un ronzio incessante dei neon, senza persone né finestre. Se non stai attento, puoi scivolare fuori dalla dimensione del mondo reale e finire in queste stanze, in cui non c’è via d’uscita e oscure minacce si aggirano dietro ogni angolo.

Questo post è una “creepypasta”, cioè una breve storia dell’orrore (spesso anonima) che si diffonde online sotto forma di leggenda metropolitana. Esempi più noti di queste creepypasta sono Slenderman, Jeff The Killer, o Bloody Mary, tre fenomeni culturali talmente ubiqui da essere diventati, di fatto, parte del folklore contemporaneo. Ugualmente, anche la storia delle Backrooms fa il giro del web. Migliaia di utenti contribuiscono creativamente espandendo il mondo, aggiungendo altri tipi di stanze, porte nascoste, livelli segreti, mostri, simboli…

Dal 2020 in poi, le Backrooms smettono di essere soltanto un universo horror e diventano un’estetica. Ma di che estetica si tratta?

Parliamo dei liminal spaces

I liminal spaces (cioè spazi liminali, da limen = confine), sono, in pratica, spazi vuoti: lobby di hotel deserte, supermercati e negozi dopo la chiusura, case svuotate dopo un trasloco, centri commerciali in disuso, stazioni di servizio disabitate, piscine al chiuso…

Gli spazi devono essere disabitati, verosimilmente moderni (niente rovine antiche, o castelli medievali), devono comunicare un senso di staticità al di fuori del tempo (niente macerie, o degrado), devono essere familiari e allo stesso tempo non-familiari, inquietanti, insensati. Perché questi scivoli d’acqua sono al chiuso? Perché c’è un cartello stradale in un corridoio? Perché questo ufficio vuoto è illuminato? Ti sembra di esserci già stato, forse in un sogno.

Nel 2022, al culmine della popolarità di questa estetica, lo Youtuber Kane Parsons (all’epoca appena 17enne) pubblica una web-serie horror sulle Backrooms: i vari episodi, che uniscono filmati veri misti a computer-grafica, raccontano il viaggio di diversi personaggi che cercano di comprendere l’origine queste misteriose stanze, o di trovare una via d’uscita.

Un’immagine tratta dal primo episodio della webserie “Backrooms”

La serie di Parsons riesce a fare l’impossibile: mette d’accordo quasi tutti i fan della storia originale e diventa di fatto l’adattamento ufficiale delle Backrooms in forma di film horror. Da qui in poi, il resto è storia: l’A24 decide di fare un film, e Parsons ne diventa il regista.

Molti sono entusiasti di vedere come sarà il film. Io, però, sono scettico.

Non solo perché dare un fenomeno della rete in pasto a Hollywood produce spesso risultati mediocri fatti per seguire la moda. Non solo perché vorrei che questo sotto-mondo virtuale restasse lontano dalla saturazione del mainstream. Sono scettico perché l’idea di un film sulle Backrooms tradisce (a mio avviso) il senso stesso di ciò che le rende speciali.

Non penso sia controverso osservare che oggi viviamo in un eccesso di narrazioni: streaming illimitato, bacheche social autobiografiche, opinionismo politico… Tendiamo sempre di più a paragonare le nostre vite personali alle serie tv. Siamo complottisti e doomscrollari perché cerchiamo nell’attualità un appagamento narrativo: segreti, risoluzioni, colpi di scena, protagonisti e antagonisti. Non può esistere noia, né coincidenza, né banalità.

In questo contesto storico-culturale, i liminal spaces sono una svolta importante.

Proprio come i mostri lovecraftiani nel ‘900 rappresentavano il non-razionalizzabile, i liminal spaces rappresentano il non-narrabile: sono spazi senza identità né significato; monotoni, procedurali, asettici. Sono “non-luoghi”, che magari nella nostra vita abbiamo attraversato senza prestarci attenzione: un tempo avevano una funzione, ma ora non più (negozi chiusi, uffici vuoti, parchi giochi di notte). Sono cornici senza quadri, elevate a opere d’arte a sé.

Le sensazioni che questi spazi ti provocano dicono molto di te: se non sei a tuo agio nel silenzio e nel vuoto potresti sentirli come luoghi di ansia e di paura, dove il terrore è dietro l’angolo; se sei una persona come me, che si sente a proprio agio nella calma inquietudine di una tabula rasa, proverai un senso di infinita nostalgia. Vorresti quasi viverci dentro.

Un’immagine dal film “I’m thinking of ending things” (2020)

Detto questo, portare la liminalità al cinema è una scommessa paradossale: quando rendi uno spazio liminale parte di una storia, cessa di essere liminale. Un corridoio sotterraneo pieno di cloni (Us) è inquietante. Una schiera di villette tutte uguali in cui una coppia va a vivere (Vivarium) è distopico. Una gelateria aperta in un mondo innevato in cui i due protagonisti si recano (I’m thinking of ending things) è surreale. Ma nessuno di questi luoghi è liminale.

Guardate invece l’effetto che fa se prendiamo le ambientazioni del cartone Tom & Jerry e le svuotiamo di personaggi, lasciandole statiche e prive di narrazione.

Voglio precisare che non sono ostile a Kane Parsons, né a chiunque preferisca le Backrooms come ambientazione horror. Mi auguro solo che il film venga bene e che non vada a snaturare l’intero genere liminal (come spesso succede quando un genere entra nel mainstream).

La mia arringa è conclusa. Buona visione a tutti!