Ci avete mai fatto caso? La notizia bomba viene sganciata sempre di notte o, quando tarda ad accadere, alle prime luci dell’alba. Pare proprio essere un principio non scritto del giornalismo: la sera vai a letto lasciando il mondo in una maniera e la mattina dopo ti svegli in un universo differente. Il mondo cambia quasi sempre quando la redazione è semi vuota, assopita, spenta. E il primo caffè del mattino lo sorseggi in una vita che non è più quella di prima; nel frattempo è scoppiata una guerra, è morto un Presidente, il prezzo della benzina è raddoppiato e il festival di Sanremo è stato vinto da un cantante neomelodico. Ed è proprio in quel momento, mentre soffi nella tazza con lo sguardo assente, che il titolone del tg, approfittando della tua vulnerabilità, ti rapisce. E se riesce a farlo è solo perché qualche bravo cronista ha saputo fare bene il suo lavoro: essere sul pezzo, arrivare al posto giusto nel momento giusto, non rincorrere la notizia ma anticiparla. Non è diventata forse questa la migliore qualità del giornalista? Scrivere viene dopo, le parole sono successive, la conoscenza grammaticale è un supplemento gradito. Ma è la velocità il vero optimum. Corri, scrivi di getto, dalle un titolo bomba e lancia la notizia. Poi ci penseranno i lettori a digerirla insieme alla colazione. Ma cosa succede dopo l’esplosione? Cosa accade quando l’ordigno è deflagrato, i detriti mediatici si sono depositati e il pubblico, ancora stordito dal bagliore della notizia, chiede il conto della realtà? Il vero lavoro comincia dopo. Sempre dopo.
In quell’interstizio che si genera tra il turbamento immediato e l’oblio, si inserisce allora una delle figure più emblematiche e necessarie del nostro tempo: il cronista del mattino dopo.
È il fangoso terreno del giornalismo del giorno seguente, quello che non vive di detonazioni ma si muove tra le macerie, eludendo gli annunci abbaglianti in cerca dell’unica, vera, meta del giornalismo: la verità. È il tempo in cui l’eco della notizia si mette a tacere e resta solo l’interrogazione più ostica: cosa significa davvero quello che è successo? Non è il giornalismo dell’urgenza, ma quello della responsabilità. Non il primo titolo, ma la seconda lettura.
È esattamente lo spazio narrativo che attraversa La mattina dopo di Mario Calabresi. Faticose pagine in cui non si racconta l’esplosione della notizia, ma la sua lunga onda d’urto, quel momento in cui l’evento – la vita, in sostanza – smette di essere cronaca e diventa memoria, coscienza, a volte persino ferita civile. “Il giorno dopo è quello in cui si capisce davvero cosa è successo”, scrive Calabresi, esortando il lettore a restare, coscienziosamente, nel tempo della riflessione. A perder tempo, anche, ad annoiarsi, a resistere all’impulso di scrollare lo schermo in cerca del nuovo senza aver prima digerito il presente, anche quando sembra insopportabile attraversarlo. È il cruciale transito dal Kronos – il tempo tiranno della notizia lampo, acchiappa reazioni e superabile in un nanosecondo – al Kairos – il tempo della riflessione, della ferita che accenna a chiudersi per diventare cicatrice.
Il vero giornalismo, d’altronde, quello che sopravvive ai dictatum dell’algoritmo, è quello che accetta la sfida contenuta nella cenere. È quello che, come nell’emblematico romanzo di Calabresi, sa che il risveglio è la parte peggiore ma anche che la mattina può cambiare la giornata. Quello che non urla alla frantumazione imminente ma resta seduto con noi al tavolo della colazione e ci spiega come fare a camminare tra i cocci senza tagliarci i piedi.
È proprio in questo spazio sospeso lungo una notte, allora, in cui quello che è accaduto ha il tempo di sedimentare, che il giornalismo, quello vero, deve giocarsi le sue carte. Non aggrappandosi alla velocità, quindi, ma restando sull’orlo del precipizio e guardando giù, nella voragine.
Forse abbiamo già sconfinato nel giornalismo d’inchiesta, narrativo, quello reportagistico anche; quello, in soldoni, che dovrebbe rieducare il parentato alla forma più alta del raccontare. Quel giornalismo che scava, scompone, asporta, smembra, verifica, pondera, rimugina, ritorna da capo, congiunge e divide, quello che per sua natura è refrattario all’ansia del clic immediato. Richiede, invece, tempo, raccolta, ricerca, pazienza e la consapevolezza che la verità costa tempo.
E il tempo, oggi, assume quasi le fattezze della mitologia, della favola. Ci vuole tempo, dicono; il tempo aiuta, sentenziano; è tiranno, suggerirà l’altro luogo comune ma la realtà è che, soprattutto per il giornalista che mendica la notizia prima ancora che accada, il tempo è già passato.
Perché mentre il cronista del mattino dopo si aggira tra le macerie con il taccuino in mano in cerca di frammenti, il collega più lesto sta già costruendo la prossima esplosione. E non importa se la precedente non è stata capita fino in fondo: è già vecchia, stantia. È già scivolata nel dimenticatoio viscoso dei feed, nel buco nero dell’amnesia social(e), in quello spazio in cui tutto dura il tempo di un pollice che scorre.
Non è un caso che Mario Calabresi, nel suo La mattina dopo, perseveri in una forma di resistenza priva di urla e schiamazzi ma costante e ostinata. “Restare è la cosa più difficile”, suggerisce tra le righe, ed è forse quella la fatica più incombente. Restare fissi in un punto, in una storia e rimuginarci sopra fino a sputare sangue, quando il resto del mondo è già altrove, restare quando i riflettori si spengono e iniziano allora le versioni contraddittorie, restare quando la verità smette di essere evidente e diventa ambigua, sfuggente, a tratti perfino scomoda e inospitale.
Il giornalismo del giorno dopo è, in fondo, un esercizio di rallentamento in un ecosistema che premia la velocità. Come se poi la lentezza significasse inerzia. Procedere con calma, significa, invece, avere metodo, significa tornare sui luoghi e fissarci dimora, riascoltare le voci fino a riconoscerne la familiarità, significa dar da mangiare alle ossessioni, accettare che la prima narrazione — quella che ci ha sedotti all’alba — sia spesso incompleta, se non addirittura ingannevole e fuorviante.
Ed è proprio qui, in questo punto, che si innesta una verità scomoda, che sarebbe forse più agevole non affrontare: la verità giornalistica è quasi sempre una conquista tardiva. Arriva proprio nel momento in cui il lettore ha smesso di cercarla.
E se parliamo di pazienza certosina, quella capace di mutare il fatto in destino, non possiamo ignorare chi, tra i corridoi di via Solferino, ha elevato la cronaca a metafisica. Se Calabresi ci insegna a gestire l’onda d’urto del “giorno dopo”, qualche tempo prima Dino Buzzati ci aveva già avvertiti che il giornalismo non è solo testimonianza, ma attesa. Un’attesa che spesso somiglia a quella del Tenente Drogo ne Il Deserto dei Tartari: passare una vita intera a scrutare l’orizzonte per una notizia, una guerra, un evento che dia un senso al tutto, per poi accorgersi che la verità si nascondeva nei dettagli minimi, nelle pieghe del quotidiano, nel silenzio che segue il frastuono.
Quando scriveva dei delitti della Milano degli anni Cinquanta, o delle catastrofi natur-umane, Buzzati non cercava il colpevole per darlo in pasto alla gogna dei commenti, ma interrogava, piuttosto, il fato, chiedendogli il conto della sua irruzione nella vita degli uomini comuni.
Col suo modo di scrivere, arido come il suo deserto e, al contempo, liquefatto come l’oasi che lo ritempra, Buzzati applicava la tecnica del “giorno dopo” ante litteram. Non gli interessava di certo l’urlo, ma sapeva aspettate l’eco. In Cronache terrestri, ad esempio, la sua capacità di trasformare l’ordinario in straordinario emerge con una forza che oggi definiremmo “poco performante” – come piace tanto dire – per i parametri di un algoritmo affamato di parole chiave.
“La notizia è una cosa viva finché non viene stampata,” sembrava suggerire la sua penna, “ma diventa eterna solo se riesci a trovarci dentro il rintocco della tua stessa solitudine.”
Niente a che vedere con la dittatura dell’istante, allora. Quella in cui se una notizia non produce un’interazione entro i primi quindici minuti dalla pubblicazione, è perdente, morta.
Pur di non decretare morte certa al giornalismo, abbiamo sostituito la ricerca del senso con la caccia al engagement. Tutto si è trasformato in un’ enorme sala d’attesa in cui nessuno aspetta più i Tartari, perché siamo troppo impegnati a fotografare il deserto per postarlo nelle storie di Instagram.
Buzzati, invece, avrebbe probabilmente guardato con sospetto questo bisogno compulsivo di raccontare tutto subito. Perché lo sapeva — e qui sta la lezione più attuale — che la realtà non si lascia catturare nell’immediatezza. Va, invece, inseguita, sì, ma anche lasciata sedimentare.
Il resto è solo rumore di fondo. Un rumore che ci tiene compagnia, certo, che riempie il vuoto, sicuro, ma che non ci ha mai spiegato come si fa a vivere tra le macerie.
Eppure, ogni tanto, quando il rumore si abbassa — magari proprio al mattino, davanti a quel caffè ormai freddo — si ha ancora l’impressione che qualcuno, da qualche parte, quel lavoro lì lo stia facendo ancora; qualcuno che torna sui fatti, rimette insieme i pezzi, assilla le fonti, le interroga e le ributta per aria. Qualcuno che il mattino dopo, è ancora lì a cercare qualcosa senza sapere che aspetto abbia; qualcuno che scruta l’orizzonte in attesa di un nemico che non sa neanche immaginare.
Se esiste, stiamo pur certi che non farà notizia. Ma, se saremo fortunati, diventerà memoria.
A cura di Martina Falvo
