Scorro le dita sui libri di mia sorella, metodicamente sopiti sui ripiani della sua libreria in ordine di emozione. Stasera ho voglia di commuovermi, penso. È la mia regola dei libri – e anche della vita, potrei ordinariamente dire – alla leggerezza si alterna sempre la profondità, in un carosello di suggestioni e colorazioni dello spirito. Conclusa l’ultima pagina del mio usuale appuntamento con il commissario Montalbano, decido, dicevo, di immergermi in una tenerezza consolatoria che ben si intoni alla stagione nuova, quella del cielo plumbeo e delle tazze fumanti, quella del ritorno alle caustiche vite ordinarie, conclusa la parentesi della frivolezza estiva.
E allora vediamo. Qual è l’assenza che sento necessità di colmare adesso? Non ho dubbi. Cerco tra i titoli dello scaffale qualcosa che rifocilli questa fame di umanità che intuisco vacillare, allontanarsi, perire.
Le chiedo se ha qualcosa per me, mi risponde che ce lo ha sempre.
Mi porge tra le mani questo bambino dall’aria un po’ inglese, impresso su una copertina cinerea, in perfetta sintonia cromatica col suo sguardo smarrito e malinconico. Mi chiedo cosa stesse guardando, o meglio cercando, e trovo la risposta nello stesso titolo: la vita davanti a sé.
Spalanco la rigida copertina con l’entusiasmo di chi si inoltra in una inedita e misteriosa storia e mi imbatto nella biografia dell’autore. Romain Gary. Devo averlo già sentito ma mai letto. “Il pomeriggio del 3 dicembre del 1980, Romain Gary si recò da Charvet, in place Vendôme a Parigi, e acquistò una vestaglia di seta rossa. Aveva deciso di ammazzarsi con un colpo di pistola alla testa e, per delicatezza verso il prossimo, aveva pensato di indossare una vestaglia di quel colore perché il sangue non si notasse troppo”. I primi cinque righi della biografia bastano a convincermi del cunicolo cieco in cui ho deliberatamente deciso di incanalarmi. Dall’ esergo non intuisco subito il fulcro del romanzo ma di certo presagisco ciò di cui sarà privo: una madre. Quella vera, biologica, prostituta di mestiere, è stata ammazzata da un prosseneta con la fedina ormai macchiata e un bambino di cui disfarsi. È così che Momò, tenero vezzeggiativo di Mohammed, diventa, accidentalmente il protagonista di questa storia, cominciata davvero con il ricordo di un inganno. “All’inizio non sapevo che Madame Rosa si occupava di me soltanto per riscuotere un vaglia alla fine del mese”. Questa donna, colonna portante della vita del piccolo arabo e dell’intero racconto, è un’ebrea di origine polacca, reduce di Aushwitz e vissuta sui marciapiedi prima magrebini poi parigini, con un corpo troppo ingombrante per un piccolo appartamento di Belville e troppo pesante per sei rampe di scale senza ascensore. Eppure Momò, ancora in fasce, afferra fin da subito che, nonostante le sue maniere grossolane e avide, “una donna come lei avrebbe meritato un ascensore”. Con un linguaggio disarmante per quanto candido e disadorno, Gary, introduce già in esergo due aspetti salienti della sua opera: la maternità – no, non quella di sangue ma una forma traslata allegoricamente in una donna tanto cinica quanto amorevole, che non ha partorito questi bambini disgraziati ma gli vuole bene come fossero suoi – e la compassione. E a sorprendere dal principio è la precoce cognizione di questi concetti “adulti” dall’appena decenne – poi repentinamente diventati quattordici – Momò, che con un linguaggio talvolta scardinato, talaltra molto acuto, racconta lo snodarsi della vita di questi emarginati che abitano la periferia parigina. Lo stesso condominio è una melange grottesca di personaggi eterocliti e variegati, tutti, però, accomunati da questo “difetto d’umanità”. Via via che li incontra, Momò ce li presenta tutti, aggiungendo quel pizzico di colore di cui il suo sguardo ancora bambino è vantaggiosamente fornito: il sig. Hamil, venditore ambulante di tappeti e infaticabile lettore de I miserabili di Victor Hugo, che “era già molto vecchio quando l’ho conosciuto e dopo ha sempre continuato ad invecchiare” e Madame Lola, caratterizzata dal suo “essere gentile come poca altra gente conosciuta” ma con il difetto di essere un senegalese travestito e dotato di grande attitudine materna e la sfortuna di “non essere stata attrezzata per questo”. C’è poi il sig. Kantz “ben noto agli ebrei e agli arabi nei paraggi di rue Bisson per la sua carità cristiana» e il signor N’Da Amédée, prosseneta nigeriano sempre ben vestito e con fare da mammasantissima ma “analfabeta perché era diventato qualcuno troppo presto per andare a scuola”. È dunque un microcosmo di sradicati, di emarginati, di vituperati, di disgraziati quello che abita lo stesso condominio di Momò, una sineddoche che si trasfigura nelle stesse banlieue parigine e, per estensione ancora maggiore, alle periferie del mondo. Il piccolo protagonista arabo le attraversa con sguardo indolente e mai edulcorato, facendo su e giù per quei sei piani e per le vie del suo piccolo universo, riappropriandosi, di tanto in tanto, della sua genuina fanciullezza che Gary fa emergere in qualche passo; come quando, si accorge della presenza di una barca su un caminetto “con delle ali tutte bianche” e siccome si sentiva infelice, “me ne volevo andare lontano, lontano da me, e mi sono messo a farla volare, sono salito a bordo e ho attraversato gli oceani con mano sicura”. Momò, che non ha mai conosciuto radici e ha traslocato il suo bisogno di affetto in un oggetto transizionale intravisto in un ombrello, abita questo spazio vulnerabile con padronanza non di certo comune per un bambino di dieci anni. Quando scopre di averne quattordici dall’uomo che si presenta come suo padre, non si scompone e, anzi, con un balzo di grazia ulteriore per il romanzo, dà maggior prova di ragionevolezza e dignità, riservandola a sé stesso e ai suoi stravaganti amici. A un passo dalla conclusione, riuscita nell’intento di commuovermi, mi domando ancora una volta come possa un romanzo intriso di tante storture e cinismo contenere, al contempo, tanta benedizione. Mi risponde lo stesso Gary, con lo pseudonimo di Émile Ajar. Con “la vita davanti a sé”, lo scrittore lituano naturalizzato francese, sotto le mentite spoglie di un personaggio immaginario, ottiene quel riscatto cercato per un’esistenza intera. Ma quanto può riluttare, per un uomo, la gloria guadagnata con l’artificio? Un soffio; lo stesso tempo necessario a solidificare l’idea di puntarsi una pistola alla tempia. Questo primo, e di certo non ultimo, contatto con Romain Gary presuppone un accostamento, tutt’altro che faticoso, a un’idea “alta” di letteratura, dove si racconta nient’altro che la vita, così come è, innegabilmente disperata ma mai troppo grave. Proprio come la racconta Momò, con i suoi occhi – sovente mutuati in parole – cinici e poetici allo stesso tempo. Lo zenit del romanzo viene raggiunto alla fine; amara ma, per quanti pesano la vita, giusta. Con la connaturata pietas che lo caratterizza per tutto il racconto e la leggerezza che solo un bambino può avere, Momò protegge la vita di Madame Rosa aiutandola ad “abortirla” nel suo “cantuccio ebraico”. È l’ultimo rigo, però, a cingere tutta l’essenza di questo prontuario d’umanità; quello in cui Ajar ovvero Gary o, ancora, Momò, realizza che “bisogna voler bene”. E io accosto la quarta di copertina con la consolidata fede siano i libri a sceglierci, oppure le sorelle a suggerirglielo.
A cura di Martina Falvo
