NOVECENTO e la paura del rischio

By Eleonora Doi Apr 28, 2026

Prigione. Gabbia. Cella. Reclusione. 

Tutte parole che evocano immediatamente immagini di maltrattamenti, cattività, sottomissione, schiavitú.

Spesso associate ad un male esterno, imposto da una persona con maggiore potere ad una che, in un certo momento, contesto o situazione, ne possiede meno. 

Ma la prigionia deriva sempre da terzi?

Non può essere anche una condizione interiore? 

Basti pensare a come i disturbi alimentari, la depressione, i disturbi di personalità, intrappolano una persona partendo dalla sua mente, trasformandola in una vera e propria gattabuia da cui fuggire sembra impossibile. 

Esiste poi una forma di reclusione universale, un limite in cui molti decidono di rifugiarsi per tutta la vita, percepito come una protezione e non come una mancanza di libertà: la paura. 

Spesso la paura dell’ignoto.

É proprio questo il cuore di Novecento, celebre  monologo teatrale di Alessandro Baricco.

Come accenna nella prefazione del libro, l’autore ha scritto quest’opera con l’intento di farla interpretare da Eugenio Allegri e Gabriele Vacis, che nel 1994 ne fecero una rappresentazione teatrale durante il festival di Asti.

Attraverso la voce del trombettista Tim Tooney, viene raccontata la storia Danny Boodman T.D.Novecento, un uomo che non ha mai conosciuto il mondo ma che con la sua musica riesce a raccontare le avventure e le sensazioni di chiunque incroci la sua rotta, rendendole proprie. 

Abbandonato sul transatlantico Virginian quando era molto piccolo, grazie ad un buonuomo di nome Danny, egli riesce a crescere felicemente, con un nuovo nome, una nuova storia, una nuova casa. Inoltre Novecento, senza aver mai studiato musica possiede un talento innato fuori dal comune: suonare il pianoforte. Ascolta i racconti delle persone che hanno viaggiato per il mondo, che hanno visto l’America, che hanno attraversato mari e montagne, visto grandi città e piccoli paesi. Racconta la loro storia.

Novecento non ha mai pensato di scendere da quella che é diventata la sua casa, tranne quando incontra un signore che gli racconta di come la vista dell’infinita distesa d’acqua che circonda tutte le terre l’ha salvato, gli ha fatto capire la bellezza dell’infinito.

Ma l’infinito é troppo grande per il protagonista.

Troppe scelte, troppe possibilità, troppi volti e troppe storie.

La paura di interfacciarsi con qualcosa che non si conosce.

La paura di scoprire cose nuove.

La paura dell’ignoto.

Questa è la prigione di Novecento.

Certo, non è necessario affrontare le proprie paure per sopravvivere, ma la domanda che Baricco ci pone è un’altra: si può davvero chiamare vita questa? Possiamo dirci vivi se confinati nel proprio piccolo, costruendo muri senza scoprire, senza imparare, senza crescere davvero. Senza rischiare.

Restare a guardare il mondo dal parapetto di una nave può sembrare una maniera per non affogare, ma rifugiandosi nella propria prigione mentale, per quanto rassicurante, porta alla rinuncia di sapere chi puoi diventare davvero.