Fare un trasloco non è per niente semplice. Non vuol dire solo cambiare casa, ma è un processo più complesso, composto da diverse fasi. C’è quella del “pre”, quando sei alla ricerca di una nuova abitazione, che molto spesso non si trova subito. C’è quella dei “mille scatoloni”, dove ti rendi davvero conto di quante cose dovrai portare con te, mentre altre le butterai per sempre. C’è, poi, quella definitiva: il momento in cui tutto ciò che avevi nella vecchia casa adesso si trova in quella nuova. Tu sei la stessa persona, i mobili sono uguali, eppure è tutto così diverso…
Così, ti rendi conto che ti devi abituare a nuovi spazi, nuovi rumori, nuovi profumi. Ma chi dice tu debba farlo per forza? E, soprattutto, in tempi record? Come se nulla fosse davvero cambiato. “Bè, l’hai voluto tu”, ti ripetono, solo che nessuno sa davvero come sono andate le cose; solo che nessuno capisce che non è per tutti uguale.
Noi di StanzE abbiamo fatto diversi traslochi nella nostra vita, per studio o in famiglia, ma non siamo delle mamme. Questi due concetti potrebbero essere sconnessi tra loro, ma non ai fini di questa uscita speciale in occasione della Festa della Mamma.
Che cosa lega il trasloco alla maternità quindi? Forse niente, forse tutto. È una metafora del cambiamento molto forte, in linea con il nostro progetto di dare forma, elemento dopo elemento, a una Stanza inclusiva e contraddittoria al contempo. Un obiettivo ambizioso che da sole, sicuramente, non possiamo e non vogliamo raggiungere.
“In me sorse la serena convinzione che un giorno mi sarei sposata con lui, perché la cosa più naturale per qualunque donna era diventare moglie e madre”.
La prima a venirci in aiuto per trattare l’argomento è la scrittrice Isabel Allende, la quale in Violeta racconta la vita di Violeta del Valle, nella sua evoluzione totale da bambina a donna, come se fosse una lunghissima pagina di diario lasciata in eredità al nipote Camilo. Una storia molto personale che si intreccia con alcuni degli eventi storici più sconvolgenti che hanno interessato il mondo a partire dal 1920. Vittima di una società che vede la donna come oggetto, Violeta guarda con ammirazione tutte coloro che, cominciando a prendere consapelozza del loro ruolo sociale – oltre che meramente familiare -, combattono e muoiono per ottenere più diritti. A un certo punto del romanzo, Violeta, che nelle sue scelte di moglie arriva persino a ribellarsi, trovando il coraggio di lasciare il marito – che in fondo non aveva mai amato – non riesce purtroppo ad uscire totalmente da quell’ideale di donna-oggetto-del-piacere/donna-madre-moglie che il patriarcato gli ha inculcato in maniera “naturale” con così tanta prepotenza.
“Capisco che questo è il prezzo della maternità. La natura è spietata con le donne (si riferisce al cambiamento che inevitabilmente colpisce il corpo delle donne durante e dopo la gravidanza), ma è anche implacabile con gli uomini, che hanno bisogno di soddisfare le proprie necessità.”
Oggi queste frasi ci sembrano assurde, ma è davvero così scontato che lo siano? Lo abbiamo chiesto a 5 mamme che con profonda libertà hanno partecipato al nostro progetto, mettendo in queste StanzE la loro preziosa esperienza. Come? Semplicemente rispondendo con coraggio a una domanda che ne racchiude molte altre:
“Se la maternità fosse una stanza da abitare, a volte luminosa, a volte disordinata, a volte silenziosa, che cosa racconterebbe la tua? Qui hai uno spazio libero per dirlo, senza filtri. Quale pensiero sulla tua esperienza di madre vorresti lasciare su questa pagina bianca? E quale oggetto la rappresenta meglio?”
Se desideri leggere le loro risposte, vai ai prossimi articoli!
Se desideri partecipare anche tu, scrivici sui social, la porta è sempre aperta… Lo vediamo che sei lì, ferm* al corridoio e scusaci se non è ancora tutto ordine, il trasloco è ancora in corso, ma potresti aiutarci a mettere via gli oggetti dalle scatole.
Di Giulia Grasso e Giulia Savegnago
