La fioritura dei papaveri rossi: il caso di Aiora Press e la resistenza della piccola e media editoria

By Redazione Dic 23, 2025

La cartella clinica dell’editoria indipendente greca presenta molte, moltissime, analogie con quella italiana. Inferma, malconcia, in dispnea respiratoria, appesa al ventilatore meccanico dei Grandi dell’editoria. 

D’altro canto, non ci sorprende questa affinità che accomuna due popoli così simili, affratellati dalla grande madre Mediterranea e da secoli di storia convergente. Le due sponde, quella italiana e quella greca, non potrebbero essere più simili per patrimonio intellettuale, sensibilità culturale, discendenza genealogica, orizzonti futuri e, nostro malgrado, recessioni e curve economiche in contrazione. Con la crisi globale del debito sovrano avviata nel 2010, che ha colpito entrambi i paesi in modo profondo, e la conseguente necessità di interventi da parte di istituzioni europee e internazionali, infatti, i due Paesi del Mare Nostrum si sono trovati ad affrontare sfide e minacce molto simili tra loro. 

Uno dei settori più fortemente colpiti dalla crisi è stato senza dubbio quello dell’editoria. Se gli anni ’90 hanno rappresentato, per entrambi gli Stati, la primavera della piccola editoria, con la nascita di Voland, Iperborea, Quodlibet per l’Italia e Modern Times e Primus Edizioni in Grecia, il nuovo secolo ha decisamente imposto il freno a mano. La causa principale? La supremazia dei colossi, manco a dirlo. Analizzando i dati che si riescono a consultare – abbastanza aggiornati per l’Italia e assolutamente poco voluminosi e obsoleti per la Grecia – possiamo, tuttavia, notare sicuramente molte analogie ma altrettante articolazioni discrepanti.

 I greci non leggono e gli Italiani lo fanno sempre meno. 

Potremmo cavarcela con questo assunto e chiudere così questo capitolo. Ma se esiste ancora anche un solo pazzo scellerato che custodisce il sogno romantico di aprire una libreria o una casa editrice indipendente tra la geografia antica di Atene o affacciata sulla Riviera di Ulisse, merita un’analisi un po’ più approfondita. Oltre a tutto il nostro sostegno!

In Italia, il principale movente della cancrena editoriale pare si possa rintracciare, paradossalmente, nella spasmodica pubblicazione di libri. Parliamo di numeri esorbitanti, centomila titoli pubblicati all’anno; di questi, quasi il 30% finisce al macero dopo aver venduto sì e no dieci copie ad amici e parenti. Tutto questa propagazione di nuove uscite e la corsa al titolo à la page, disincentivano il lettore, anziché stimolarlo, che si ritrova così perso e confuso in un mare magnum di copertine fosforescenti e post-it che acclamano le “ultime uscite”. 

L’altro paradosso, in qualche modo anche collegato al primo, che sembra aver inquinato ulteriormente la narrazione pura, genuina, necessaria, quella di chi scrittore è e non fa, è stata la tendenza -esacerbata dai social e dai mille mila corsi sulla “scrittura creativa” – a trasformare le parole in strumenti per la vendita. Tutto diventa narrabile, esprimibile, raccontabile, descrivibile. Le parole devono emozionare, persuadere, ammaliare, convincere; in altre parole, vendere. È così che prima Steve Jobs, poi il brand manager delle Nike e a ruota i luminari delle aziende con lo sguardo rivolto al futuro, comprendono l’importanza di erigere storie intorno ai prodotti, di utilizzare le parole per costruire una solida identità intorno ai brand. È la rinascita della narrazione, delle parole che valgono capitali, delle keyword che fanno scalare la serp, delle storie a forma di banconote e di tutto quello che nel 2001 Seth Godin incorpora sotto il nome di marketing narrativo.

Una lunga divagazione che spiega, in parte, l’affievolirsi del piacere della lettura, nuda e pura.  

La bizzarria del raffronto del nostro Paese con quello Greco – nostro grande alleato (nessuna ironia e nessun rancore, ndr ) nelle classifiche al ribasso – risiede nella loro abitudine inversa. Se l’italiano ha perso il piacere della lettura in quanto semplice divertissement, il greco la considera, invece, l’unica via possibile. Il luogo comune che vede i greci leggere solo d’estate, sotto l’ombrellone tra un tuffo e l’altro, come tutti gli stereotipi, è del tutto superficiale e incompleto ma potrebbe, in verità, essere in parte confermato dalla statistica. I dati  Eurostat ci mostrano una realtà in cui i greci leggono poco e lo fanno perlopiù d’estate, proprio perché si relega la lettura a semplice attività distensiva. I ricercatori hanno sicuramente cercato di intravedere le cause più radicate di questo fenomeno, connesse soprattutto alla mancata abitudine della lettura giustificata da ragioni culturali, economiche e sociali. I greci non hanno tempo da perdere tra le pagine di un thriller psicologico, né tanto meno i soldi per acquistarlo. E poi, parliamoci chiaro, leggere non è così utile né attraente. Con estrema ed elementare ricapitolazione – l’unica che possiamo permetterci in assenza di studi sociologici nel curriculum –  questi sembrano più che semplici pregiudizi. 

Eppure, quel che più ci sorprende in questa babilonia di numeri, statistiche e tentativi vani di spiegare quel che neppure l’etologia umana è mai riuscita e decifrare totalmente, è che fra i nostri antenati troviamo nientepopodimeno che Publio Virgilio Marone, Gaio Valerio Catullo, Eschilo, Omero, solo per citare alcuni nomi di una certa rinomanza, e oggi ci troviamo a dover giustificare il rispettivo penultimo e quartultimo posto nella classifica dei “Paesi europei in cui si legge di più”. 

Allora è tutto perduto? Non ci resta che continuare ad assistere, impotenti, all’inabissamento di queste piccole e luminose isole visionarie e indipendenti abitate da piccoli librai, microeditori e da noi tenaci lettori?

Non è ancora giunta la fine. E non possiamo di certo decretarla finché, come timidi papaveri rossi nel mese di giugno, appena spuntati e già insidiati dai primi temporali estivi, queste ardite realtà editoriali continuano a nascere e resistere. 

È il caso, ad esempio, di Aiora. 

La piccola casa editrice sorta qualche anno fa nel quartiere di Exarchia, nel centro di Atene, è uno di quei papaveri rossi. Aiora (Αιώρα) sprigiona legami con la sua storia a partire dal nome scelto, che vuol dire amaca e, nel greco antico anche altalena o dondolo. Il perché di questo collegamento con il gioco più amato dai bambini trova le sue origini nella mitologia classica e, più di preciso, nelle omonime festività ateniesi durante le quali le fanciulle stavano in bilico su un’altalena cantando una canzone detta “aletis” (vagabonda). L’insegna di questo piccolo scrigno di parole rimanda, a ben vedere, a un passato grandioso ma l’idea di Aiora è quella di non rimanere agganciato solo al tempo andato ma anche, anzi soprattutto, quella di esportare fuori dalla repubblica ellenica la straordinaria produzione neogreca, a partire dal primo ottocento e fino ai giorni nostri. La sfida più grande su cui si concentra Aiora è, dunque, quella di rivelare al mondo non greco opere di infinita bellezza, non necessariamente collocabili al periodo ellenistico. 

É così che nomi come Ghiannis RitsosGhiorgos SeferisKonstantinos P. KavafisStratìs Dukas, trovano riparo nel catalogo delle pubblicazioni di Aiora, ricevendo il commiato letterario per lungo tempo mancato. 

La scelta fatta da Aiora di tradurre i classici greci moderni anche nella lingua italiana giustifica il prolisso cappello iniziale e fortifica il sodalizio tra quelle che abbiamo definito più volte due facce della stessa medaglia.

La collana italiana della casa editrice comprende finora diciotto libri tra romanzi, racconti e poesie tradotti dai più illustri studiosi di letteratura ellenica e neogreca; opere che Aiora propone, per l’ennesimo anno consecutivo alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria Più libri più liberi di Roma. 

E anche se i temporali estivi diventano sempre più improvvisi e distruttivi, i papaveri rossi, per fortuna, continuano a fiorire. 

A cura di Martina Falvo