L’impatto emotivo di Chernobyl sulla cultura

By Andrea Santini Dic 22, 2025

Nella sala luna della fiera Più Libri Più Liberi si è tenuto un tavolo di confronto, condotto dallo scrittore Paolo Di Paolo, tra letterati come Annalena Benini, direttrice artistica del Salone del libro di Torino, Vanni Santoni, un narratore della narrativa contemporanea. E scienziati rappresentati da Stefano Mancuso, professore di botanica e divulgatore scientifico.
L’ appuntamento, dedicato all’anniversario del disastro nucleare di Chernobyl avvenuto nel 1986. Il riverbero avuto da quella tragedia non si è manifestato solamente in termini radioattivi, ma soprattutto in termini emotivi, generando un contraccolpo nell’immaginario collettivopiuttosto significativo, anche nel nostro Paese.

L’incontro è iniziato con la lettura di un passo degli scritti di Moravia Lettera da Hiroshima, che cita “ … non sono più quel tale individuo a nome Alberto Moravia, non sono più italiano, europeo, ma soltanto membro della specie, per giunta, membro di una specie destinata, a quanto pare, a distinguersi al più presto. Questa verità mi è folgorata in mente, mentre mi chinavo, riverente, per deporre un mazzo di fiori davanti al cenotafio delle 200.000 vittime della bomba atomica…”
Queste parole fanno vedere come gli eventi nucleari successi, nella nostra storia, hanno portato un sentimento di immaginazione della catastrofe che, potrebbe portare all’estinzione della specie umana, tutt’oggi influenza il dibattito sullo sviluppo o meno del nucleare.

Su questo punto che interviene Mancuso che, oltre a raccontare di aneddoti di vita durante quel periodo, ragiona su come il disastro di Chernobyl ha reso reali una delle paure più grandi dell’umanità moderna. Riprendendo le parole di Moravia, sottolinea il peso simbolico del sentirsi “membro della specie umana” di fronte alla possibilità della sua estinzione.
È una questione fondamentale. L‘energia atomica apre di colpo esattamente il problema di un umanità capace, da un giorno all’altro, di autodistruggersi nel giro di poche ore.
Le idee sull’estinzione umana ci sono dal tempo dei greci, osservaMancuso, ma il fatto che a un certo punto della nostra storia ciò diventa concretamente possibile, ci fa cambiare totalmente la nostra visione.

Anche per Annalena Benini quel periodo fu molto strano. Da bambina non comprendeva tutte quelle regole, la tensione e la preoccupazione degli adulti. Crescendo grazie alla lettura di Preghiera per Chernobyldi Svjatlana Aleksievič, ha capito la natura e la portata di quel disastro.Il libro raccoglie testimonianze che oscillano tra il poetico e il terrificante, restituendo a catturare e informazioni, la visione di quello che è successo. Mostra ciò che non sapevano gli adulti italiani, non lo sapevano neanche nelle zone limitrofe all’incidente.
Tra i racconti che hanno colpito la Benini c’è quello di un militare bielorusso, rientrato dall’Afghanistan,  mandato a Chernobyl per delleoperazioni speciali. Tornato a casa si toglie i vestiti, e li butta viainsieme a tutto il suo armamentario, tranne un cappellino da militareche il figlio piccolo gli chiede, con grande insistenza. Glielo lascia perché non si sapeva, perché ci si sentiva invincibili, perché questa cosa non si vedeva. 
Il bambino ci gioca molto e avendolo sempre in testa due anni dopo si ammalerà di un tumore al cervello.
Preghiera per Chernobyl mostra come chi non può capire non sia lontano, ma vicinissimo all’evento. La catastrofe è così illeggibile che i suoi effetti si manifestano sul corpo come pelle, ossa e occhi, con rapidità e brutalità in un’area circoscritta.

Vanni Santoni offre invece lo sguardo di chi è cresciuto con i cartoni giapponesi, film e serie che portano segni e visioni distopiche e post nucleari. Racconta la storia di Ken il guerriero, ambientato alla fine del ventesimo secolo in mondo sconvolto dalle esplosioni nucleari, dove pochissimi profughi vivono in condizioni estreme in una landa desolata.
Oppure la serie Conan il ragazzo del futuro di Miyazaki, in cui in cui la catastrofe nucleare aveva portato i vecchi sopravvissuti a ritrovare una sorta di Eden.
Secondo Santoni, anche il cinema distopico e fantascientifico porta i segni dell’incubo nucleare. Nel film Stalker del 1979, la presenza di alieni provoca l’abbandono di un area da parte dell’uomo, che viene riconquistato da una natura mutata. È una dinamica che richiama ciò che è accaduto nell’epicentro di Chernobyl, dove l’uomo scompare e la natura riprende possesso di città e strade, ma resta segnata per sempre dalle radiazioni. Mostrandoci come anche film usciti prima di questo disastro ne avevano ipotizzato le conseguenze.

In conclusione, il tavolo della Sala Luna ha mostrato come il disastro di Chernobyl continui a vivere non solo nei dati scientifici o nelle cronache storiche, ma soprattutto nell’immaginario culturale e nella memoria emotiva collettiva. 
Le voci di scienziati e narratori, intrecciate in questo incontro, hanno restituito una stessa verità da prospettive diverse. La catastrofe nucleare non è un evento confinato al passato, ma un prisma attraverso cui ancora oggi interroghiamo la nostra vulnerabilità come specie, il nostro rapporto con la tecnologia e il limite delle nostre scelte.
Che si tratti dei racconti letterari, dell’esperienza diretta o delle visioni distopiche che hanno popolato libri, film e anime, ciò che riaffiora è un monito che non ha perso forza. Chernobyl continua a chiedere all’umanità di guardarsi allo specchio, senza rimuovere la paura ma trasformandola in consapevolezza.