Ci sono libri che nascono per stupirci, commuoverci, strapparci una risata o una lacrima. Più raro è incontrarne uno come questo, che non consola né intrattiene, ma lascia addosso un senso tragico di desolazione, quasi di annullamento.
Io che non ho conosciuto gli uomini di Jacqueline Harpman è un’esplorazione dell’animo umano privato di ogni appiglio: della libertà, dell’identità, perfino della memoria. Ridotto alla sua forma più nuda, l’essere umano viene osservato nella sua capacità di resistere. È un viaggio attraversato dalla fragile speranza in qualcosa di diverso, che sopravvive tra l’orrore e la solitudine e che, infine, si spegne come una candela rimasta accesa troppo a lungo, senza nessuno attorno.
La quarta di copertina presenta la storia al lettore in questo modo:
“In un bunker sotterraneo, trentanove donne sono tenute in isolamento in una cella. Sorvegliate da violente guardie, non hanno alcuna memoria di come sono arrivate lì, nessuna nozione del tempo, solo un vago ricordo delle loro vite precedenti.
Mentre il ronzio della luce elettrica fonde il giorno con la notte e gli anni passano, una ragazza – la quarantesima prigioniera – siede sola ed emarginata in un angolo.
Questa misteriosa ragazza che non ha conosciuto gli uomini sarà la chiave per la fuga e la sopravvivenza delle altre nel mondo desolato che le attende in superficie.”
Una presentazione che va letta con cautela. Più che anticipare la storia, guida il lettore verso una possibilità di salvezza: la speranza di cui abbiamo parlato poco fa, la stessa a cui le protagoniste prigioniere si aggrappano, che si trasforma in un’attesa logorante e che il romanzo non smette mai di mettere alla prova.
Caro diario,
leggere di queste prigioniere non è stato affatto facile. La protagonista attraverso cui ci viene narrato il romanzo non ha un nome, non lo conosce lei stessa, viene chiamata “la piccola” dalle altre. È la più giovane delle prigioniere ed è cresciuta in quella gabbia, senza conoscere mai nulla di diverso. Cerca di decifrare la vita e il mondo attraverso le sue compagne di cella, che, oltre ai pochi ricordi della loro vita passata, sanno cos’è il cielo, la luna, il vento, il sole: elementi banali della quotidianità che lei non ha mai visto. Anche gli uomini, come riporta proprio il titolo del libro, sono a lei sconosciuti. Gli unici uomini con cui ha mai avuto a che fare, sono le guardie che le sorvegliano. La piccola rimane colpita da una di loro, un ragazzo giovane, o almeno così le sembra di capire, da quel poco che conosce del mondo. Cerca di attirare la sua attenzione, di immaginare che cos’è l’amore, scegliendo il ragazzo come oggetto di questo desiderio. Prova ad immaginare un bacio e quella “vertigine” di cui tutte le altre donne parlano, spesso ridacchiando tra loro e tenendola lontana da questi discorsi che non potrà mai capire davvero.
Come ti dicevo, la lettura non è stata facile. E non perché la storia non mi abbia presa, né perché la scrittura di Harpman sia pesante, al contrario: è scorrevole, tagliente e spesso amaramente ironica. È stato difficile perché in quella gabbia, leggendo, mi ci sono sentita anch’io, e molto spesso è stato necessario fermarmi, posare il libro e riprendere fiato.
Ho provato la sensazione di essere spogliata di ogni certezza e mi sono chiesta più volte cosa avrei fatto al posto di quelle donne. Mi sarei ingegnata a trovare una soluzione, un modo per sopravvivere, o mi sarei lasciata andare alla disperazione? Probabilmente avrei vissuto la stessa montagna russa emotiva delle prigioniere, alternando momenti di apatia a momenti di speranza.
L’immagine di quella gabbia, non lascia la mia testa. Penso a quante gabbie occupano le nostre esistenze, a quante stanze (proprio quelle che qui, in queste pagine, sono il nostro posto sicuro) nascondano qualcosa di oscuro. Penso ad un armadio buio, attraverso cui si vede un piccolo fascio di luce, ma da cui, molto spesso, si fa fatica ad uscire. Ti starai chiedendo di che diamine sto parlando…mi spiego meglio.
La gabbia di cui parla Harpman, smette di essere solo un luogo, diventa una figura. Non ci sono più sbarre visibili, guardie e prigioniere da sorvegliare, eppure non viene conquistata alcuna libertà. È in questo spazio simbolico che riconosco molte delle gabbie del nostro presente: la violenza domestica che si consuma tra le pareti di casa, i ruoli sociali imposti, le aspettative di genere che delimitano i movimenti, il linguaggio e perfino il desiderio. Sono gabbie che ricordano che la violenza ha tante forme e arriva a scolpire nella mente di chi la subisce un pensiero annichilente, forse il più pericoloso: quello che educa a non immaginare più l’esterno, a non ricordare che esiste un altrove possibile, forse a non concepirlo e basta. Penso a come la violenza insegna a non occupare spazio, a piegare il proprio corpo e la propria identità per adattarsi e a come tante di noi imparino a restare rannicchiate in un armadio, perché sembra l’unico posto possibile. A come, fin troppo spesso, queste storie non hanno un lieto fine, e a come, fin troppo spesso, non si riesca ad inseguire quel piccolo fascio di luce che entra dall’esterno, perché la libertà fa molta più paura della prigione che conosciamo bene.
Caro diario,
non so bene come chiudere questa riflessione. Di solito ti lascio con un messaggio di speranza, con un nota di ribellione o con un po’ di rabbia. Stavolta vorrei solo che le mie parole arrivassero a chi si sente prigioniera di qualcosa, a chi lotta per liberarsi, a quelle che hanno vinto e quelle che non ce l’hanno fatta, a quelle che hanno rinunciato in partenza. L’unica forza che manda avanti le donne di questo libro si trova nella sorellanza, nello stare insieme anche nella desolazione totale. E non stanno insieme facilmente, non si vogliono bene a prescindere, non c’è necessariamente un’amicizia tra tutte loro… Eppure, l’unione è il loro gesto di resistenza più importante, il loro modo per darsi una dignità, per non scomparire del tutto e per dirsi a vicenda “esistiamo anche noi”. Quel “noi” che in queste righe abbiamo deciso di fare diventare un “io” consapevole, deciso, plurale pure nel suo uso singolare. Forse, quando non si può evadere, la nostra forza può essere trovata in questo, nel riconoscerci, nel guardarci, nel restare umani anche quando non c’è più molto da fare.
Di Giulia Grasso e Giulia Savegnago
