Antologia del dolore: quando Pavese ci insegnò “il mestiere di soffrire”

By Redazione Feb 17, 2026

Da bravi alunni della scuola antropocentrica, abbiamo imparato che tutto è addomesticabile, pure il dolore. Anzi, prima lo incontriamo e prima impariamo ad ammaestrarlo. Così, da quel primo vagito che urla in faccia alla luce della vita quanto stronza sia stata ad espellerci con tanta violenza dal nostro tiepido cantuccio in penombra, afferriamo che piangere e sbraitare e dolersi non ci rimanda di certo indietro, ma serve ad andare avanti. 

E quindi subito a medicalizzarlo, questo dolore da strappo, cercando, fin dalle fasce, metodi e tecniche per riconoscerlo e diagnosticarlo, strumenti di cura fisici e spirituali, strategie per attraversarlo. Financo desiderarlo. Perché se è vero che il dolore svuota il cuore, è vero allo stesso modo che sa come affollare altri organi anatomici; l’encefalo, ad esempio. Di parole nuove, di sensazioni mai sperimentate, di idee un attimo prima considerate inverosimili.  

Ma la beffa più grande sapete qual è? E lui mica arriva quando ci sentiamo preparati e pronti ad accoglierlo, dopo esserci allenati strenuamente nella palestra del disinganno. No, lui si presenta con la discrezione di una certezza antica ma disadorno della borghese educazione. Semplicemente entra senza chiedere permesso; entra come la pioggia in una dimora senza soffitto, naturalmente, inevitabilmente, con l’indifferenza propria delle cose necessarie. Entra, si accomoda e resta. Resta finché non tramuta in abitudine e noi, semplicemente, ci assuefacciamo alla sua esistenza e quasi dimentichiamo di averlo come compagno di banco.  

Molto, di quel che sappiamo sul dolore, in verità, ce lo ha suggerito il suo ambasciatore diletto: Cesare Pavese in quel diario intimo, poi divenuto pubblico, annotato tra il 6 ottobre 1935 e il 18 agosto 1950, ci ha indottrinato ben bene sulle tutt’altro che gioiose coordinate dell’esistenza, e lo ha fatto fino a 9 giorni di prima di farci i conti personalmente, con tutto quello spasimo. 

Forse la sensazione ci era già ben nota, ancor prima che il “poeta della solitudine” ce ne consegnasse le giuste misure: quella fitta al petto che mozza il fiato, l’assillo costante del giorno dopo, di come si possa continuare a dare aria ai polmoni, il tarlo del non detto e del non fatto, l’asfissia, il fiato oltremodo corto o, al contrario, interminabile, le mani vacillanti e le lacrime, sempre troppe o troppo poche. 

Ebbene, lo conosciamo, sappiamo perfino descriverlo e addirittura ammaestrarlo. E allora perché ci coglie sempre di sorpresa, lasciandoci storditi e tramortiti sul letto dei nostri ricordi? 

“La lezione è sempre una sola: buttarsi a capofitto e sapere portare la pena” ci dice Pavese, nel suo prontuario del tormento titolato “Il mestiere di vivere”. 

Ed ecco allora che il dolore si sublima fino a diventare un’arte; il talento di riceverne in faccia le violente sferzate e lasciarsene stravolgere. E poi soltanto aspettare. Aspettare si assesti per bene la stilettata più affilata e più profonda, lasciare che perfori impeccabilmente il setto interventricolare e che la lama si insinui fino in fondo, fino in fondo. E poi allora passa? Dopo questo assalto nerboruto e ben piantato è pronto ad andare via? 

Non se andrà! Esaurirà la sua energia, questo è vero, come un uragano tropicale quando tocca terra; per poi ritornare con maggior intensità quando l’instabilità atmosferica ne faciliterà il rigurgito e allora colpirà, probabilmente, ancora più risoluto, radendo al suolo anche quelle due o tre cose rimaste illese.  

Intanto, però, tra una vergata e l’altra, abiterà, talvolta in sordina, talaltra fragorosamente, quella stanza in fondo all’anima a lui riservata, sempre pronto ad affondare ancora i denti appena avrai la guardia abbassata. 

E tu? Tu lasciati mordere, svela la carne, mostragli il muscolo da azzannare; la nuova sortita lenirà il primo assalto, quello primordiale e continua così finché sarai cosparso di bende e cerotti ma ancora intero, ancora vivo. 

Forse è questo il suo scopo, se è plausibile ne abbia uno: romperci, renderci inetti e ancora più miserabili, frangibili, precari, ma ancora vivi. Se vi hanno detto che il dolore vi rende più umani, più grintosi, più pietosi, migliori tutto sommato, allora vi hanno mentito. L’unico compito della sofferenza è quello di farci percepire terreni, pulsanti, alitanti. 

Il dolore, allora, non è più una parentesi da aprire e chiudere, da superare, ma una condizione da abitare. Solo diventando un buon padrone di casa si potrà tenere la stanza in ordine. 

È proprio qui che Pavese smette di essere solo uno scrittore e trasfigura in testimone. Così come “Il mestiere di vivere” smette di essere solo un diario nel senso consolatorio del termine e si trasforma in un inventario pieno di solitudini, di debolezze, di vulnerabilità; una stanza del pensiero in cui ogni certezza viene smontata fino all’osso. 

Pavese lo dice brutalmente e senza attenuanti: soffrire non serve a niente. Non esiste pedagogia nella ferità, né margine di correzione. Il dolore non sublima e non purifica. Al massimo ci rende più consapevoli. 

E vivere, allora? A cosa serve vivere se tutto può cospargersi di dolore e frantumarci in miliardi di pezzi? È lo stesso Pavese a risponderci: vivere è un esercizio, una fatica quotidiana, un mestiere, per l’appunto. Stare al mondo richiede un allenamento costante, una disciplina silenziosa e perpetua. E allora amare, scrivere, sognare, desiderare, infiammano e consumano, chiedendo sempre più di quanto riescono a dare. “L’unica gioia al mondo è cominciare” annota Pavese, con la consapevolezza ferma che ogni inizio comprenda inevitabilmente anche la sua fine. E questo lui lo sa. 

Nella stessa casa del dolore abita, ineluttabilmente, anche la solitudine. No, non quella romantica ma quella fisiologica: l’impossibilità, tutta umana, di essere davvero raggiunti dall’altro. L’altro, per Pavese, resta sempre un continente irraggiungibile, inaccessibile, nonostante i nostri sforzi per raggiungerlo. E con feroce lucidità, il poeta piemontese ci suggerisce che l’amore non è un rifugio, solo un rischio.  Un’esperienza di vita che amplifica la vulnerabilità, anziché ridurla. Ogni legame si trasforma in una perdita potenziale. Anzi no, certa. 

Eppure, Pavese non smette di cercare, non smette di scrivere, di amare male, di soffrire la solitudine e di ricercarla, di osservare e annotare, di montarsi e smontarsi come si fa coi corpi estranei. Non perché creda o, peggio, speri in una redenzione, in una guarigione ma perché il semplice e autentico esporsi ed attraversare il dolore diventa l’ultima forma di resistenza. 

E la resistenza, oggi sappiamo grazie ad uno dei più grandi scrittori del Novecento, non è un rimbalzo continuo tra uno stato di forza e uno di debolezza. È saper restare, sopportare la lucidità, accettare che le ferite e il dolore non hanno uno scopo. 

Soffrire non serve a niente. Ma rivela. 

A cura di Martina Falvo