È vero: un libro comico, un fantasy o una storia romantica devono essere scorrevoli e gradevoli. Ma non tutti hanno questo scopo. Per esempio un giallo deve suscitare ansia e curiosità, spingendo il lettore a formulare ipotesi e a cercare di capire cosa sia realmente accaduto, mentre un romanzo drammatico deve far soffrire, far provare le stesse emozioni del protagonista, anche quando lui vorrebbe evitarle.
La levatrice, scritto da Bibbiana Cau, non ha l’obiettivo di essere godibile.
Il libro racconta la storia di una donna forte, i cui doveri superano quelli che un essere umano dovrebbe affrontare. È una persona che non si tira mai indietro davanti a nulla, ma non senza difficoltà, sforzi enormi e momenti di sconforto.
Il suo nome è Mallena: una levatrice empirica di un paesino della Sardegna, Norolani, che esercita la sua professione durante la Prima guerra mondiale.
Mallena è madre di due figli, Rosa e Daniele, che diventano ancora più vulnerabili nel momento in cui il loro padre, Jubanne, torna dalla guerra ferito e in stato di shock, impossibile da gestire.
Per i soldati, combattere al fronte era spesso solo la prima delle numerose difficoltà della guerra, che si manifestano anche dopo aver lasciato il campo di battaglia. Molti combattenti soffrono di un grande trauma psicologico, noto come shell shock o, ad oggi, PTSD (disturbo da stress post-traumatico), che spinge chi ne è vittima a rivivere continuamente bombardamenti, morti, violenza e paura, anche quando torna a casa, al sicuro.
Mallena cerca di fare il possibile per far tornare in sé suo marito, ma allo stesso tempo sta combattendo una battaglia personale: nonostante i numerosi interventi per aiutare le donne del paese a partorire senza problemi, pratica all’epoca non ancora perfezionata, lei non è mai stata retribuita perché non abilitata professionalmente.
Non ha mai studiato medicina, anche se conosce molto bene gli effetti di molte erbe; non ha mai studiato tecniche ostetriche, pur svolgendo questo lavoro da anni senza errori.
Non possiede una formazione teorica, ma sa perfettamente come operare grazie a anni di esperienza sul campo: urla delle neo-madri, attesa incessante del parto, sorrisi sui volti dei familiari alla vista di una nuova vita. Tutto questo l’ha vissuto. Ancora e ancora.
È una donna che lotta per ottenere i propri diritti, per essere ricompensata per un lavoro svolto con amore, dedizione e passione, nonostante gli enormi impegni fisici e psicologici che la vita le impone, derivati sia dal suo passato, di cui all’inizio si sa poco, sia dalla sua situazione attuale.
Tutto ciò, però, non può essere risolto in pochi giorni o mesi.
La sua è una guerra personale che continua incessantemente, che non viene considerata se i potenti non vengono costantemente messi davanti alla realtà, che le persone non capiscono se non gli viene spiegata di continuo, e che non viene presa in carico da nessuno se non da lei stessa, che deve provare, riprovare e ancora riprovare.Mentre la guerra continua. Mentre non si sa dove riporre le proprie speranze.
Mentre si aspetta.
E si aspetta.
E si aspetta.
E si aspetta.
Senza perdere la speranza, ma sapendo che i tempi saranno lunghi.
Si attende:
che la guerra finisca, che si possa ristabilire la normalità, che la vita possa riprendere, che i soldati tornino a casa, che la medicina si sviluppi per curare le malattie, che i paesi si riorganizzino, che non ci siano più problemi di denaro, che si torni alla quotidianità, anche quando non si sa davvero più cosa sia.
Si aspetta.
Questo libro fa capire la lentezza della guerra: anche se sembra fatta di continui cambiamenti, battaglie, uomini che combattono, perdono la vita e vengono sostituiti, in realtà nasconde una realtà spesso trascurata.
I soldati sono persone, le loro mogli sono persone, i figli che attendono il loro ritorno sono persone, i piccoli paesi sono fatti di persone, ognuna con una propria storia.
Ognuno di loro vive giorno per giorno, 24 ore alla volta, 1.440 minuti sofferti, 86.400 secondi vissuti come se durassero un’eternità, nell’attesa di qualcosa che li riporti alla loro vera velocità.
Questo è il motivo per cui questo libro non è pensato per essere gradito, ma per far capire ai lettori, che probabilmente non hanno mai vissuto una situazione simile, quanto sia pesante, logorante e apparentemente infinita una guerra, che coinvolge persone innocenti, forti, costrette ad aspettare.
E aspettare.
E aspettare.
E aspettare.
