Oriana Fallaci: eretica, libera, irriducibile 

By Rita Rassu Mar 13, 2026

Vent’anni sono passati dalla morte di Oriana Fallaci. Il tempo ha fatto il suo lavoro lento; ha lasciato cadere le urla, ha sbiadito le bandiere agitate contro di lei o in suo nome. La cronaca si è ritirata come una marea, e sul fondale resta ciò che conta. La storia, forse. O almeno lo spazio per guardarla senza l’affanno dell’immediato. Da questa distanza necessaria, che non consola e non assolve, nasce Oriana Fallaci. Punto e basta (Paesi Edizioni), presentato alla fiera dell’editoria TESTO – Come si diventa un libro, a Firenze, in un incontro che già nel titolo dichiara un’intenzione netta: “Oriana Fallaci vent’anni dopo”.

Non c’è celebrazione, non c’è il filo ordinato della biografia. Nessuna linea retta. Il libro, come la conversazione tra Cristina Bulgari, Riccardo Nencini, Alessandro Trocino e Lucio Tirinnanzi, prova piuttosto a stare dentro una figura che ha spaccato, bruciato, sedotto e respinto. Una donna che non accetta di essere divisa in stagioni comode, in capitoli da salvare e altri da buttare. Una donna che non si lascia ridurre.

«Chi fa della cronologia fa la storia degli sciocchi», scriveva Fallaci.

E forse è così: una vita non si prende a pezzi, spiegano i relatori. Non si sceglie cosa guardare e cosa no. Una vita si prende intera, con quello che pesa e quello che ferisce. Solo dopo, forse, si tenta un senso.

Un carattere impossibile, una libertà radicale

Riccardo Nencini torna su un punto che spesso viene evitato. Fallaci è stata chiamata, arruolata, respinta e poi di nuovo recuperata. A destra e a sinistra. Usata come clava o come icona. Raramente capita per ciò che era nel suo nucleo più duro, quello che non si piega.

Quel nucleo aveva due componenti inseparabili.

La prima era un carattere impossibile. Non una leggenda, ma una verità quotidiana. Irremovibile, infuocata, è stata capace di stilare davvero la lista di chi non avrebbe dovuto essere presente al suo funerale. Una lista che produsse un vuoto quasi perfetto: dodici persone, pochi fiori, poche parole. Come se Firenze, davanti a una figlia così ingombrante, non sapesse dove mettersi le mani.

La seconda era una libertà assoluta. Non istintiva, non leggera. Una libertà che chiedeva disciplina, studio, archivi consultati fino allo sfinimento. Ore e ore di lavoro. Non l’opinione pronta, o il sapere rapido di chi possiede ogni certezza, ma la saggezza ponderata di chi desidera pensare e ama le parole come un poeta e come tale le sceglie.

«La libertà, se non è accompagnata da un tributo quotidiano alla conoscenza, diventa vuota».

È una delle frasi che restano addosso, leggendo, ascoltando. Imparando a conoscere la sua figura tagliente come un coltello e dolce come un frutto dalla scorza dura, capace di gesti di tenerezza inaspettati e impossibili.

La guerra, il corpo, il rischio

Fallaci non ha mai spiegato il coraggio. Non le interessava. Piuttosto lo attraversava, lo sguardo attento e il cuore impavido. Era nei luoghi dove la storia colpisce il corpo, e le bombe, le costrizioni e i soprusi sono veri, non solo macchie d’inchiostro su una pagina di giornale destinata ai benpensanti Giornalista di guerra, ferita, sotto tiro, presente. Combatteva con spirito e corpo non per testimoniare da lontano, ma per stare dentro, incastrarsi, scavare con le mani, sfidare il potere vestendo la propria pelle.

Lì, nel rischio fisico e morale, ha costruito un modo nuovo di essere giornalista, e di essere Donna. Quando essere l’unica in redazione voleva dire imparare a difendersi con tutto: con i gomiti, con la lingua, con lo stile. Quando scrivere “troppo” e “troppo diversamente” significava essere espulsa, licenziata, tenuta fuori dai ranghi.

«Eppure scriveva da Dio», ricordano. Tanto che Giacomo Debenedetti avvertiva:

«Attenzione, la Fallaci l’italiano lo conosce benino».

E detto così, da un fiorentino, “benino” voleva dire una cosa sola: meglio di quasi tutti. 

Il ritorno dopo l’11 settembre

Il momento più teso dell’incontro arriva con il racconto di Alessandro Trocino. È il ritorno di Fallaci alla scrittura giornalistica dopo l’11 settembre 2001.

Da dieci anni non pubblicava più. Viveva a New York, chiusa, malata, concentrata su un romanzo di famiglia, quello che lei chiamava affettuosamente — persino con un certo dolore — “il suo bambino”. Poi le Torri. Il crollo. E una telefonata con Ferruccio de Bortoli, allora direttore del Corriere della Sera.

Un’ipotesi. Un rischio. Da lì nascerà La rabbia e l’orgoglio.

Un testo partorito con sofferenza: insulti, attacchi, e ben diciotto bozze. Un controllo maniacale di ogni parola, fino all’ultima notte prima di andare in stampa. Poi, un verbo cambiato all’ultimo istante. Uno solo.

«Se non fosse stato cambiato quel verbo, il pezzo non sarebbe mai uscito».

Il testo esplode. Divide il mondo, incendia il dibattito. Tanto che De Bortoli, per correttezza, decide di pubblicare subito dopo un articolo di Tiziano Terzani, di segno opposto. Una scelta che Fallaci non perdonerà mai. A nessuno dei due.

Torti, ragioni, eredità

Il libro non salva, non si permette di cancellare o addolcire. Fallaci ha sbagliato. Ha avuto ragione. A volte entrambe le cose insieme. Sull’Islam, sull’Europa, sull’Occidente. Sull’uomo che tenta, sbaglia, rimane un mistero. È stata profetica e miope, lucida e feroce. Ed è qui, forse, che sta la sua eredità. Il dubbio che ci ha lasciato per spingerci a riflettere, a farci domande che forse non ci faranno dormire.

«È stata una grande giornalista», dice Nencini, «fondatrice del giornalismo moderno. Con tutte le virtù e tutti i vizi». Ma più di tutto, è stata uno scrittore.

Accettarla intera è l’unico modo. Senza allungare il vino. Senza renderla docile. Senza trasformarla in un santino o in un bersaglio.

Perché lei era così. 

Punto. 

E basta.