L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla.
Questo testo non è un commento al romanzo La vergogna di Annie Ernaux (La honte, Gallimard 1997), ma il racconto di un’esperienza in cui la vergogna del testo si fonde con quella privata della sua lettrice.
È una domenica pomeriggio di luglio. Sono i miei ultimi giorni in Francia e vago per le librerie alla ricerca di un’edizione tascabile ed economica di un romanzo qualsiasi di Annie Ernaux. Voglio leggere i suoi testi; sento questa profonda attrazione per le sue storie e il suo modo di scrivere. Da lì a pochi giorni sarei tornata in Italia, a casa dei miei genitori. Mi stavo preparando a un ritorno molto difficile. Lione è una città molto calda d’estate, ma quel pomeriggio ricordo di aver camminato molto senza la fatica del calore. Giro diverse librerie, alcune erano chiuse, altre affascinanti ma con libri molto vecchi. Strano, non riuscivo a trovare nessun romanzo di Ernaux. Non stavo cercando bene. Sono molto abituata ad andare in profondità, ma poi, mentre scavo, dimentico il motivo della mia ricerca. Quando entro in libreria mi succede la stessa cosa: passeggio tra i libri alla ricerca di qualcosa, cerco in tutti i settori, mi perdo e finisco per interessarmi a titoli assurdi per poi dimenticare il vero motivo della mia ricerca. Ah sì, i romanzi di Annie Ernaux. Esco dalla libreria e mi dirigo verso un’altra, l’ultima tra le mie scelte. “Bonjour”, e vado tra gli scaffali, subito alla ricerca del nome “Ernaux”. A soli cinque euro e ottanta centesimi, compro La honte. Due giorni dopo l’acquisto rientro in Italia, ma non ho ancora iniziato a leggerlo. Passano quattro mesi prima di iniziarne la lettura. Mesi in cui, giorno dopo giorno, quel titolo mi richiama sempre più a sé. Prima ancora di leggerlo, sentivo quella vergogna pervadermi, percepivo lo sguardo di quel titolo su di me. Cosa sarà questa vergogna di cui l’autrice vuole parlarmi? L’avrei scoperto poco dopo.
Nell’ultimo anno del liceo, la scuola decise di attivare una biblioteca scolastica aperta agli studenti e alle studentesse. Era l’anno in cui la professoressa di filosofia ci parlava di esistenzialismo, dell’era delle passioni tristi, Jean-Paul Sartre, Albert Camus, Baruch Spinoza. Affascinata da questa filosofia, ma anche da questa scrittura fluida e apparentemente semplice, decido di leggere La nausea di Sartre. Ricordo la bibliotecaria veramente sorpresa da questa scelta volontaria di leggere un romanzo di quel tipo. Bene, La nausea è stato uno spartiacque nella mia vita tanto quanto La vergogna di Ernaux. Quella sensazione di nausea che prova Roquentin quando, osservando le radici di un castagno, si rende conto che le cose esistono senza una ragione necessaria, io l’ho sentita forte dentro di me. Così come, quasi dieci anni dopo la lettura de La nausea, ho sentito La vergogna di Ernaux. Sartre ha aperto un varco dentro di me. Mi ha liberata dal dover dare un senso alla mia esistenza. Una vita, la mia, che non conoscevo, non capivo e non desideravo. In quegli anni avrei fatto di tutto per scomparire. Ernaux, invece, mi ha messo davanti all’abisso della mia memoria. Ho scelto di andare in profondità, di ripensare alla mia storia personale e, paradossalmente, di trovare un senso anche nelle emozioni più oscure.
Mio padre ha voluto uccidere mia madre una domenica di giugno, nel primo pomeriggio. Io ero andata alla messa di mezzogiorno meno un quarto, come al solito.
Mio fratello ha voluto uccidere mio padre una domenica di gennaio, nel tardo pomeriggio. Io ero andata a fare una passeggiata dopo pranzo, come al solito.
Non è solo la potenza di uno degli incipit più belli nella storia della letteratura. È il modo in cui quelle parole diventano, molto facilmente, il racconto di molti di noi. La violenza esplicita che si trasforma in violenza implicita, la memoria e il trauma che combattono tra loro. Come ricordare con tale lucidità qualcosa che la mente prova a cancellare pur di non provare vergogna? Ernaux, invece, scava in quella memoria e accoglie quel sentimento che diventa condizione caratterizzante di tutto il romanzo. Il passaggio di vita dall’adolescenza all’età adulta; il modo in cui si rapporta al mondo fuori dal suo, la minaccia di non essere abbastanza conformi e l’ipocrisia che penetra la società sembrano temi senza tempo che fanno provare quella vergogna fin dentro le ossa. Quando ho letto il romanzo, non avevo ancora conosciuto la mia vergogna latente. Poi, pagina dopo pagina, ho iniziato a sentirla salire da dentro, fino allo stomaco e alla gola.
Ho sempre avuto voglia di scrivere libri di cui poi mi fosse impossibile parlare, libri che rendessero insostenibile lo sguardo degli altri.
Per questa ragione, oggi mi ritrovo a condividere la mia esperienza con l’emozione della vergogna. Come le radici del castagno ne La nausea, io ho iniziato, invece, a osservare la mia famiglia, ad affondare nella mia mente e, fissando i miei ricordi, lo sguardo della me adulta è stato insostenibile da reggere.
Spesso si pensa che sia più facile seppellire il dolore e lasciarlo dentro parti segrete della propria psiche. Oppure raccontarsi bugie, falsificare i ricordi e compromettere i fatti per ingannare la memoria. Nascondere le violenze, cercare di uccidere la persona che ami e poi, come se nulla fosse, uscire tutti insieme per una passeggiata in bicicletta.
Quanto siamo bugiardi. Il Novecento è stato invaso dall’ipocrisia della buona educazione della borghesia; oggi siamo vittime mediocri di una società affetta da mitomania.
La vergogna non è altro che ripetizione e accumulo. Tutto nella nostra esistenza è diventato fonte di vergogna. La latrina nel cortile, dormire in tre nella stessa stanza, […] gli schiaffi e le parolacce di mia madre, i clienti avvinazzati e le famiglie che compravano a credito. […] La vergogna era ormai il mio stile di vita. Di fatto non la percepivo neanche più, mi era entrata sottopelle.
La vergogna è come un marchio, un segno impercepibile per chi la vive, ma così evidente per gli altri. Quando un sentimento così potente e totalizzante ti colpisce, non è facile liberarsene. Paradossalmente, è come quando si è innamorati. Diventa una condizione fisica, un turbamento, uno stato emotivo fuori dall’ordinario che ti domina. Peccato che l’amore, per chi ha sempre provato vergogna in tutta la sua vita, non entri così facilmente sottopelle. Io ho provato vergogna anche quando amavo o ero amata. Vergogna per un complimento, una gratificazione, un abbraccio improvviso ma desiderato. Vergogna per essere osservata o, improvvisamente, finire al centro dell’attenzione. Vergogna per uno schiaffo ricevuto, uno schiaffo dato; per un insulto ricevuto e uno dato; per le urla addosso e per tutta la violenza che ha caratterizzato gran parte della mia vita. E che non avevo mai visto prima. Almeno fino a quando non ho letto il romanzo La honte di Annie Ernaux, comprato una domenica pomeriggio in una libreria di Lione, nella versione “Folio” a cinque euro e ottanta centesimi.
Era normale provare vergogna, come se si trattasse di una conseguenza insita nel mestiere dei miei genitori, nelle loro difficoltà economiche, nel loro passato da operai, nel nostro modo di essere, nella scena di quella domenica di giugno.
Ci ho messo un mese per metabolizzare questa lettura. Ho iniziato a leggere recensioni, a rileggere le parti che avevo sottolineato, ad ascoltare gli interventi in radio di Ernaux e, soprattutto, sono stata ossessionata dalla domanda: ma come ha fatto a far scaturire tutto questo dentro di me?
Per Ernaux la scrittura è come un coltello e io ho sentito quella lama affilatissima affondare dentro di me come mai avevo fatto prima d’ora. Un’autrice che ha trasformato il suo trauma personale in qualcosa di universale. Ernaux si è servita dell’“io” come via d’accesso al mondo, a emozioni e vissuti così sedimentati nella società da diventare il racconto di tutti e tutte noi.
“Écrire la vie, non pas ma vie, la vie”. Annie Ernaux scrive la vita, non la sua, ma quella che vive nella memoria collettiva. Anche nel romanzo, la vergogna dell’io è la vergogna che prova la madre dopo aver subito la violenza iniziale; la vergogna che prova il padre non tanto dopo aver tentato di uccidere la moglie, ma in modo particolare durante il viaggio a Lourdes con la figlia. L’incapacità di integrarsi all’interno di un ceto sociale più elevato è diventata megafono della sua personale vergogna.
Vergognarsi è un’esperienza catastrofica: il corpo suda, il viso arrossisce, la gola si blocca e si abbassa il tono di voce. È una condizione che costringe a rapportarsi con lo sguardo altrui e noi, oggi più che mai, non siamo più capaci di sostenere uno sguardo avverso, soprattutto se è il nostro. Leggere Annie Ernaux significa fronteggiare l’io e trovarsi davanti al racconto di una vita che potrebbe anche essere la tua. Quando te ne rendi conto, il testo cambia improvvisamente. Il romanzo diventa uno specchio dove, sul finale, ognuno vede riflessa la propria unica verità. Io ho visto la mia.
